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Текст книги "Il brick maledetto"


  • Текст добавлен: 29 августа 2016, 22:00


Автор книги: Emilio Salgari


Жанр: Зарубежная старинная литература, Зарубежная литература


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Emilio Salgari
IL BRICK MALEDETTO

Veramente quel brick si chiamava Estrella, almeno tale era il nome che si scorgeva in lettere dorate sulla sua poppa, e lo si vedeva ripetuto sui suoi salvagente legati alle impagliettature e sulle sue scialuppe, e nondimeno i marinai di tutti i porti del Portogallo lo avevano battezzato invece col nome poco piacevole di Brick del Diavolo.

Esteriormente nulla presentava di strano che legittimasse quel titolo, che pareva trovato appositamente per spaventare i marinai già perfino troppo superstiziosi. Era un bel legno di sette od ottocento tonnellate, con un’alberatura altissima ed un grande sviluppo di vele per raccogliere le più lievi brezze dell’Atlantico equatoriale, con una linea di acqua perfetta e delle forme snelle che facevano ricordare quelle delle velocissime navi negriere. Eppure godeva tristissima fama e, quando qualche marinaio moriva, era ben difficile trovare, nei porti del Portogallo, un altro che lo surrogasse.

– Imbarcarmi sul Brick del Diavolo! – rispondevano tutti. – Ah! – E voltavano senz’altro le spalle al capitano ed al mastro, andandosene più che in fretta, come se temessero di venire raggiunti ed infilzati dalle corna ardenti di messer Belzebù.

A dire il vero nessuno dava loro torto di non prendere imbarco su quella nave. Correvano sul conto di quel brick delle voci che facevano rizzare i capelli ai lupi di mare più spregiudicati.

Si diceva che quel legno era veramente stregato e che nella sua stiva succedevano delle cose molto paurose. Si diceva che di quando in quando s’udivano dei rumori misteriosi, specialmente allorchè le onde scuotevano il naviglio, e che di notte un’ombra nerissima passeggiava per le corsie e nel frapponte, mandando dei gemiti disperati.

Si aggiungeva inoltre che quella era l’anima di un marinaio uccisosi cadendo, durante una notte tempestosa, dall’alberetto di maestra e che era stato gettato in mare senza recitare le preghiere d’uso, non avendo l’uragano permesso al capitano ed ai marinai di dare l’ultimo saluto cristiano a quel disgraziato.

Fossero quelle voci false o vere, il fatto sta che nei porti del Portogallo nessuno osava arruolarsi sull’Estrella e che i marinai che ne formavano l’equipaggio di tratto in tratto provavano delle grandi paure.

Ora accadde che un giorno, avendo bisogno d’un pilota, il capitano imbarcò in un porto dell’Inghilterra un marinaio nero come un tizzone d’inferno, dallo sguardo vivissimo e d’aspetto tutt’altro che piacevole, che portava un nome che non era davvero incoraggiante per l’equipaggio: lo chiamavano Nero.

Cosa inesplicabile. Da quando quello straniero aveva preso imbarco sull’Estrella, dei fenomeni curiosissimi erano subito successi a bordo, come se quell’uomo fosse stato legato in stretta parentela o col marinaio gettato in mare senza recitargli le preghiere o con Belzebù.

I fremiti della nave, quando l’onda la percuoteva, erano diventati più forti e ogni notte gli uomini di guardia udivano un passo pesante far scricchiolare le tavole del frapponte, come se una sentinella passeggiasse per guardare il carico racchiuso nella stiva.

Anche il capitano aveva cominciato a preoccuparsi. Fino allora aveva creduto che quei rumori che si udivano nel frapponte fossero causati dai topi, che a dire il vero abbondavano straordinariamente a bordo, ma anche lui una sera aveva udito quel passo pesante salire la scala che dal frapponte conduceva nel quadro e fermarsi proprio dinanzi alla sua cabina.

Tutti erano spaventati. Solamente il marinaio inglese pareva che non se ne preoccupasse. Era d’altronde un uomo chiuso, che parlava il meno possibile, che non aveva accordato alcuna confidenza a chicchessia, nemmeno al capitano, quantunque esercitasse il suo mestiere come il miglior marinaio della flotta dei due mondi.

Quando i suoi camerati gli avevano parlato dei rumori misteriosi che si udivano nel frapponte, aveva risposto con una semplice alzata di spalle ed un sorriso sardonico, quasi di sprezzante compassione.

Un giorno, il capitano, il quale cominciava ad inquietarsi vivamente dello spavento che a poco a poco invadeva i suoi marinai, quantunque avesse avuto la cura di sceglierli fra i meno superstiziosi, chiamò il pilota nella sua cabina, chiedendogli a bruciapelo:

– Avete voi conosciuto un certo John Morton, che era gallese al par di voi? Desidererei vivamente saperlo.

– Morton! – mormorò il pilota, passandosi una mano sulla fronte, come per rievocare un vecchio ricordo. – Un marinaio giovane, con la barba bionda e gli occhi nerissimi, che molti anni or sono si era imbarcato su una nave straniera, non so se portoghese o spagnuola?

– Sì, deve essere quello – disse il capitano.

– By God! – esclamò il pilota. – Era mio vicino di casa, John!… Giocavamo insieme quando eravamo ragazzi.

– L’avete dunque conosciuto?

– John Morton? Perbacco! Altro che!

– Sapete che cosa è avvenuto di lui?

– Io non l’ho più riveduto da cinque o sei anni e nemmeno nel Gallese nessuno ha più udito parlare di lui. Certo deve essersi annegato sul mare.

– No, si è ucciso a bordo della mia nave, cadendo dall’albero di trinchetto.

L’inglese si fece smorto in viso, poi, scrollando le spalle, rispose asciuttamente:

– Bah!… Accidenti che toccano alla gente che naviga.

Stava per voltare le spalle, quando il capitano lo trattenne, chiedendogli:

– Non è mai più ricomparso, dinanzi a voi?

L’inglese invece di rispondere si lasciò cadere su una sedia, pallido, asciugandosi la fronte che doveva essersi coperta d’un freddo sudore. Un tremito fortissimo agitava le sue membra, mentre i suoi occhi esprimevano un terrore spaventoso.

– Rispondete – disse il capitano versandogli un bicchiere di porto.

Il gallese tracannò d’un fiato il generoso vino, poi, dopo essersi nuovamente asciugata la fronte, disse con voce rotta:

– Strano destino che mi ha fatto imbarcare sulla nave su cui quel disgraziato è morto!…

Successe un breve silenzio, poi il pilota gallese riprese:

– Ascoltatemi.

Si passò più volte la mano sul capo come se raccogliesse o cercasse di ridestare dei lontani ricordi, quindi dopo un lungo sospiro riprese:

– John era mio vicino di casa, abitando entrambi un piccolo villaggio situato sulle spiagge del Mar d’Irlanda.

«Eravamo buoni amici e andavamo sempre alla pesca insieme. Io credo che difficilmente due ragazzi siano mai andati d’accordo come me e lui.

«Dall’alba al tramonto eravamo sempre insieme, sicchè gli abitanti dicevano che non era possibile vedere John senza l’ombra di Harris alle spalle, ed avevano ragione.

Avevamo diciott’anni, essendo nati nella medesima annata, quando fra noi sorse la prima nube che doveva renderci feroci nemici.

«Fu Mary che gettò fra noi la malìa e che fece di entrambi due disgraziati. Che non fosse mai nata quella maledetta!…

– Mary! – esclamò il capitano, che s’interessava vivamente di quella strana storia. – Chi era costei?

– Una fanciulla, bella come non ne ho mai vedute, con due occhi azzurri come l’acqua del mare, i capelli più biondi dell’oro, ma che doveva avere nell’anima lo spirito d’un demonio – disse il pilota con voce rauca, selvaggia. – Quella trista femmina fu la nostra dannazione.

Si era violentemente alzato passeggiando per la cabina del capitano, in preda ad una vivissima agitazione. Il suo viso in quel momento era diventato più nero del solito e la sua fronte appariva tempestosa. Pareva che un intenso dolore avesse sconvolto l’anima del marinaio gallese.

– L’avevamo incontrata una sera, al tramonto, sulla spiaggia – riprese il pilota. – Andava raccogliendo frutti di mare lungo le dune.

«Mi pare di vederla ancora. I suoi piedini si lasciavano baciare dal fiotto del mare e rideva d’un riso argentino, quando la spuma le bagnava la sottanina rossa.

«Pareva, alla luce del sole calante sul mare, una divinità marina sorta dagli abissi umidi.

«Ci guardò con quegli occhi satanici, ci sorrise e gettò la malìa nei nostri cuori, malìa fatale!…

«Per la prima volta io e John tornammo alle nostre case senza parlare; entrambi preoccupati e ci guardavamo di sottecchi quasi con diffidenza. Una sorda gelosia era scoppiata improvvisamente nei nostri cuori, che erano stati contemporaneamente bruciati dagli occhi di quella fanciulla.

«Quella notte non dormii e credo che nemmeno John chiudesse gli occhi. L’immagine di Mary mi appariva sempre dinanzi, con la sua sottanina rossa ed i suoi piedini stillanti l’acqua del mare.

«L’indomani, alla medesima ora, di ritorno dalla pesca, la rivedemmo sulla spiaggia. Raccoglieva ancora datteri di mare e canticchiava una vecchia canzone gallese.

«Vedendoci sbarcare, ci guardò a lungo sorridendoci e fissò soprattutto i suoi occhi su di me. Che cosa avessi provato in quell’istante non lo saprei dire; io credo che il mio cuore bruciasse tutto sotto quello sguardo. Ero dannato e John non lo era meno.

«L’amai follemente e anche lui l’amò. L’amicizia fu rotta e diventammo rivali accaniti, ma io fui il prescelto.

«Guadagnavo abbastanza allora per poter formare una famiglia. Il Mar d’Irlanda è ricco di pesci e dà da vivere ai bravi pescatori.

«Decisi di sposarla e le nozze furono fatte. La sera stessa, mentre i suonatori della borgata rallegravano la festa, mi vidi comparire innanzi John.

«Erano parecchi giorni che non lo vedevo, poichè dopo la mia domanda di matrimonio che i genitori della fanciulla avevano accettata senza difficoltà, il mio disgraziato amico se n’era andato in un villaggio vicino…

«Mi comparve pallido, livido, ma in apparenza calmo. Mi stese la mano e mi disse:

« – Parto e vado a seppellire il mio dolore sul mare. L’ho amata quanto e forse più di te ed è meglio che me ne vada. Addio: forse un giorno, vivi o morti, ci ritroveremo.

«L’indomani seppi che si era imbarcato su una nave straniera.

– La mia! – disse il capitano. – E poi?

– Poi… poi… – ruggì il pilota. – Tre mesi dopo, quella donna fuggiva dalla mia casa. Che cosa è successo di lei ? Io non ve lo posso dire. Mi hanno detto che è morta non so se in America od in Australia.

«Lasciai il villaggio natìo e le reti del pescatore e diventai marinaio come John, cercando di dimenticare quegli occhi glauchi che mi hanno bruciato il cuore.

Era tornato ad alzarsi, sospirando, stringendo le mani al cuore; poi, guardando fisso il capitano, gli chiese a bruciapelo:

– Quando è morto John?

– L’anno scorso.

– Ditemi il giorno.

– Era la notte del 10 febbraio.

– Quella sera l’ho udito battere per tre volte alla porta della mia cabina; poi me lo son visto comparire accanto al letto – disse il pilota. – Vivi o morti un giorno ci rivedremo – mi aveva detto quella sera – ed egli ha mantenuta la sua parola.

– Avrete sognato – disse il capitano.

– Sognato! – esclamò il marinaio gallese, quasi con violenza. – No, quella sera io non avevo ancora chiusi gli occhi avendo appena allora terminato il mio quarto di guardia, nè avevo bevuto nemmeno una sorsata di rum.

«Navigavo allora sul Boston, una nave americana che faceva i viaggi fra Savannah e Belfast. Eravamo quasi in mezzo all’Atlantico quando una sera, il 10 febbraio, me lo ricordo bene perchè fu la sola volta che rividi il mio amico John, udii per tre volte bussare alla porta della mia cabina, dormendo io nel quadro di poppa.

«La porta l’avevo chiusa io a chiave. Credendo che mi si chiamasse in coperta, domandai chi fosse e nessuno mi rispose.

«Tornai a coricarmi, quando udii la porta aprirsi lentamente e vidi entrare un’ombra bianca, quasi diafana, che irradiava intorno a se una luce pallida, e accostarsi al mio letto.

«Vidi distintamente il volto del mio amico John.

– Non gli rivolgeste la parola?

– No, perché lo spavento fu tale che svenni. Al mattino io deliravo su una branda dell’infermeria.

– Non l’avete mai più riveduto?

– No, ma da quando io posi il piede sulla vostra nave, tutte le notti odo un passo pesante che fa scricchiolare le tavole della corsia e che si arresta dinanzi alla mia porta.

– Anch’io l’ho udito – disse il capitano.

– E prima che io m’imbarcassi? – chiese il marinaio con profonda angoscia.

– Mai, quantunque i miei marinai affermino d’aver veduta più volte un’ombra aggirarsi nel frapposte e credano che questa nave sia stata stregata dal diavolo.

«Che quando l’onda percuote i fianchi del mio legno si odano nella stiva dei rumori strani, questo è vero. Io credo però che ciò derivi da una eccessiva sonorità del legname, adoperato nella costruzione di questa nave.

– Sarà – rispose il gallese. – Io dico invece che è l’anima di John e che una sera mi comparirà.

– Mi avvertirete?

– Ve lo prometto.

– Non dite nulla ai miei uomini. Sono abbastanza spaventati.

– Sarò muto come una tomba.

Passarono alcuni giorni, senza che alcunchè di straordinario accadesse a bordo del Brick del Diavolo, come si ostinavano a chiamarlo i marinai.

L’Estrella, che aveva un carico di vini destinato ai porti dell’America del Sud, aveva tagliata felicemente la linea equatoriale e favorita dalle brezze costanti dei venti alisei, muoveva con sufficiente rapidità verso le coste brasiliane.

Si trovava allora quasi nei paraggi dove un anno prima, durante una notte tempestosa, come abbiamo detto, era stato gettato in mare il cadavere fracassato del povero John.

Anche quel passo misterioso, che faceva scricchiolare le tavole della corsia e che tutti avevano udito, non si era più avvertito.

Una notte, mentre al di fuori soffiava forte il vento ed il cielo minacciava tempesta, il capitano, che si era appena coricato, udì bussare alla porta della cabina.

– Sono io, Harry – disse una voce strozzata.

Il comandante dell’Estrella s’alzò rapidamente e aprì. Il pilota gallese aveva gli occhi dilatati pel terrore.

– L’ho veduto! – disse con voce rotta. – Là… passeggia… nel frapponte;… me l’aspettavo!

Il capitano non era un uomo superstizioso, nondimeno fu scosso da quelle parole. Vedendo il marinaio in preda a quella viva eccitazione, gli versò un bicchiere di gin, poi disse con voce risoluta:

– Andiamo.

Il gallese vuotò d’un fiato la tazza, prese il capitano per una mano e lo trasse quasi con violenza verso la corsia che metteva nel frapponte.

Regnava una profonda oscurità nella sottocoperta del brick, ma Harry pareva che in quel momento avesse nei suoi occhi una lanterna, perchè conduceva il capitano senza incespicare nelle curcume di corda e nei vecchi velacci che ingombravano il tavolato.

Fatti alcuni passi il gallese si arrestò con un brusco soprassalto esclamando:

– Eccolo!… È lui… lo vedo bene.., guardate… mi ha fatto un cenno con la mano… un cenno minaccioso…

– Dove ? – chiese il capitano che non scorgeva altro che tenebre.

– Là… guardatelo… passa rasente la murata di tribordo… ci muove incontro.

Il capitano aguzzò gli sguardi senza nulla vedere.

– Tu sogni, Harry – disse. – Io non scorgo il mio marinaio.

– Ma vi dico che è là.... che ci viene incontro!… – gridò il gallese che retrocedeva in preda ad un pazzo terrore.

– Calmati, ti dico che non vi è nessuno nel frapponte. Tu sei in preda ad una allucinazione. Se vi fosse, lo vedrei anch’io.

Il gallese non rispose. Continuava a retrocedere senza abbandonare il braccio del capitano che stringeva con suprema energia.

Ad un tratto mandò un grido orribile:

– M’ha toccato al cuore ! Ah, John!

Poi cadde come un corpo morto fra le braccia del capitano. Era svenuto.

L’indomani Harry delirava su una branda dell’ínfermeria.

Gridava che John gli era accanto e che lo fissava con due occhi di fuoco, mettendo un grande spavento anche fra i marinai, i quali credevano che il defunto gallese fosse veramente tornato a bordo dell’Estrella quantunque nessuno lo vedesse.

A mezzodì il capitano constatò con una certa angoscia che l’Estrella in quel momento navigava nelle acque dove era stato sepolto il povero John.

Non disse nulla a nessuno. Il suo equipaggio era perfino troppo impressionato per spaventarlo maggiormente.

Il delirio di Harry durò quattro giorni, poi egli lasciò l’infermeria.

Non era più il medesimo uomo di prima. Pareva che fosse invecchiato di dieci anni ed i suoi capelli, che cinque giorni prima erano neri come l’ala d’un corvo, erano diventati quasi bianchi.

Non parlava più con nessuno, nemmeno col capitano, che cercava anzi di evitare. Pareva che fosse in preda ad una profonda preoccupazione e passava delle ore intere curvo sulla murata prodiera, con gli sguardi fissi nelle profondità del mare. Si sarebbe detto che cercava in fondo agli abissi misteriosi dell’Atlantico lo scheletro del suo amico d’infanzia.

Quella tristezza aumentava di giorno in giorno, tanto che il capitano era diventato inquieto. Si provò a interrogarlo, il gallese lo ascoltò, e lo guardò senza nulla rispondere.

Quindici giorni dopo l’Estrella gettava le ancore a Rio Janeiro, dovendo sbarcare colà il suo carico di vino portoghese.

Fu proposto ad Harry di sbarcare per farlo curare in qualche ospedale; si rifiutò energicamente. D’altronde nessuno poteva lamentarsi di lui.

Era triste, era cupo, ma sempre lavoratore, quindi non vi era alcun motivo di costringerlo a lasciare il brick.

Fatto un carico di zucchero, l’Estrella riprese il mare per far ritorno in Europa. Harry non aveva cambiato umore, anzi era diventato più taciturno e nei suoi sguardi, sempre dilatati, come se fosse in preda ad un continuo terrore, brillava come un lampo di follìa.

Spinta da buoni venti, l’Estrella si trovò un giorno nei paraggi dove John era stato gettato in mare. Cosa strana! Da quella sera i marinai riudirono o parve loro di udire quel passo pesante che di notte faceva scricchiolare la tavole della corsia.

Doveva udirlo anche Harry, perchè quando era di guardia si collocava presso il boccaporto maestro e pareva che ascoltasse attentamente.

Due notti dopo, un uragano scoppiò sull’Atlantico. Le onde erano diventate minacciosissime e folate furiose di vento investivano l’alberatura ed i cordami con lugubri sibili.

Harry era di guardia sul ponte, sul tribordo di prua.

Verso la mezzanotte fu veduto lasciare il suo posto e attraversare lentamente il ponte. Camminava come un ubbriaco e dalle labbra gli sfuggivano parole sconnesse.

S’accostò al capitano che stava accanto alla ruota del timone, chiedendogli bruscamente:

– È qui che avete gettato in acqua John?

– Perché lo volete sapere? – chiese il capitano, impressionato da quella domanda.

– Rispondetemi, ve ne prego – disse il gallese.

– Sì.

– Me l’ero immaginato : grazie.

Ritornò a prua e vi rimase qualche ora ancora, poi approfittando del momento in cui i marinai erano occupati a prendere terzaruoli sulle vele basse, salì la grisella di tribordo issandosi sull’alberetto di trinchetto.

Quando i suoi camerati s’accorsero della sua scomparsa era troppo tardi.

Un grido squarciò l’aria:

– Vengo, John!

Poi fu veduto il corpo del gallese staccarsi dall’albero, roteare tre o quattro volte su se stesso, poi piombare in mare, sollevando un gran fiotto di spuma.

Il disgraziato era andato a raggiungere il suo compagno di infanzia.

COME MORÌ IL CAPITANO BESSON

Racconto di EMILIO SALGARI

Nel 1827 gli Stati europei che avevano interessi commerciali nei mari di levante, preoccupati dagli attacchi che facevano i pirati greci, conosciuti sotto il nome di Panayoti, contro le navi che trafficavano colle città dell’Asia Minore e colle isole dell’Arcipelago, si erano accordati per inviare colà alcune navi, onde la sicurezza tornasse in quelle acque ed i velieri mercantili non corressero più il pericolo di venire catturati.

Già molti abbordaggi erano avvenuti e molte navi avevano dovuto lasciare il loro carico nelle mani di quei birbanti che, colla scusa di far la guerra ai Turchi, attaccavano ogni bandiera.

La corvetta francese Lauproie, dopo una crociera lunghissima, era riuscita finalmente a sorprendere sulle coste della Siria una nave corsara chiamata Nikta, montata da sessanta greci che già avevano molti delitti sulla coscienza.

Fu deciso di condurli senz’altro ad Alessandria e di farli giudicare dal Tribunale egiziano, ma due di loro essendo riusciti a provare, non si sa in qual modo, che non avevano preso parte a nessun fatto d’armi, furono trasbordati sulla nave francese Magienne, comandata dal capitano Besson, perchè li riconducesse in Grecia.

La Magienne si mise alla vela accompagnata anche dalla Lauproie. Non aveva a bordo che un equipaggio limitatissimo avendo dovuto lasciare parecchi marinai a guardia del Consolato di Smirne, minacciandosi in quei giorni gravi disordini contro i Maroniti, che si erano messi sotto il protettorato francese.

Nella notte del 4 novembre, una burrasca investe i due legni e li separa. La Magienne, che non aveva che quindici uomini d’equipaggio, impotente a tenere testa al mare, poggiò il più presto verso una delle isole dell’arcipelago greco, ma dopo poco il capitano Besson venne avvertito che i due prigionieri greci durante la notte si erano gettati in mare dopo avere spezzati i ferri.

Il 5 novembre la fregata, dopo una lunga lotta contro le onde, gettò l’ancora in una piccola baia situata a tre miglia dalla cittaduzza di Stampalia.

La diserzione dei due greci, durante un mare così pessimo, aveva destato qualche inquietudine a Besson, sicché diede subito ordine di portare in coperta tutte le armi che si trovavano a bordo e prese tutte le precauzioni suggeritegli dall’esperienza, temendo che i due fuggitivi potessero unirsi ad altri per tentare un colpo di mano contro la fregata che aveva un equipaggio così debole.

Il capitano Besson, che aveva già servito parecchi anni nelle stazioni del Levante, non ignorava che in quell’epoca quasi tutte le isole dell’arcipelago greco formicolavano di pirati, i quali, in mancanza di navi da saccheggiare, tormentavano i piccoli villaggi costieri senza che questi osassero opporsi, perchè troppo deboli, alle loro ladrerie.

Al calar del sole ordinò quindi al suo equipaggio di prendere un breve riposo, onde potessero meglio vegliare nelle ore tarde preferite dai Panayoti per gli attacchi, poi salì sul banco di quarto per concertarsi col suo pilota,

Inoltre, chiamato il suo secondo, gli fece giurare che avrebbe fatto saltare il vascello piuttosto che lasciarlo cadere nelle mani dei greci.

Verso le dieci, malgrado l’oscurità, essendo il tempo coperto da folti nuvoloni, un uomo di guardia che vigilava attentamente segnalò due lunghe e sottili imbarcazioni che giravano con precauzione le rocce della piccola baia.

Erano due di quelle scialuppe chiamate dai greci mistik, montate ciascuna da una sessantina d’uomini e che di passo in passo s’avvicinavano alla fregata mandando delle urla feroci.

Subito tutti i marinai furono al posto di combattimento.

Besson montò sul ponte di comando per meglio osservare la manovra delle due grandi scialuppe, che s’accostavano rapidissime, spinte da un gran numero di remi.

Procedevano così celermente che in poco furono a breve distanza dalla fregata e allora si divisero per abbordarla dai due lati.

Il capitano francese domandò loro che cosa volessero, ed i greci risposero con altissime grida e puntarono i loro lunghi fucili.

Allora Besson comandò ai suoi uomini di aprire il fuoco e scaricò lui stesso due colpi di fucile sull’imbarcazione più vicina.

I pirati greci cominciano immediatamente una vigorosa fucileria e dopo qualche colpo di remo sono a bordo contro bordo. Una delle mistik attacca sotto prua; la seconda assale da babordo.

Diversi marinai francesi, che si sono spinti sul castello di prora, cadono morti, malgrado la loro strenua difesa ed i greci salgono sul ponte in gran numero.

Per istinto, invece d’impegnare la lotta con i francesi superstiti, scendono nel frapponte per incominciare il saccheggio, giacchè non avevano alcun motivo di rappresaglia contro la piccola fregata.

Besson, che una ferita dolorosa aveva messo fuori combattimento, riesce a liberarsi dai greci che l’attorniano e volgendosi al suo pilota ed al suo secondo, con un sangue freddo meraviglioso dice loro:

– Questi briganti sono ormai padroni della nave ed il frapponte è perduto. È il momento di finire la nostra vita. Avvertite quelli dei nostri uomini che ancora rimangono di gettarsi in mare. – Poi, serrando fortemente la mano ai suoi due ufficiali, aggiunse: – Addio, amici, la mia esistenza è finita. Io vado a vendicarmi.

Ciò detto, quel valoroso scese nel quadro che non era ancora stato invaso dai greci, s’inoltrò nella santabarbara, dov’erano le polveri e, allungata la mano attraverso il piccolo boccaporto, lasciò cadere una miccia…

Qualche secondo dopo la piccola fregata saltava, scagliando lontano sul mare i suoi frammenti e i due mistik che l’avevano abbordata.

Uno dei due ufficiali, il pilota Frémintin, che l’esplosione formidabile aveva lanciato in aria, si trovò, qualche momento dopo che la catastrofe era avvenuta, steso sulla riva quasi fuori dei sensi, con un piede fracassato e parte della pelle strappata.

Un pirata greco, scampato anche lui miracolosamente al tremendo scoppio, si avvicinò tosto al disgraziato ferito e puntandogli sul cuore la punta del suo pugnale lo costrinse a consegnargli il suo vestito e l’orologio che il valoroso Besson gli aveva regalato.

Fortunatamente, il rombo causato dallo scoppio si era ripercosso su tutta la vicina costa, sicchè provocò subito delle ricerche da parte degli abitanti per sapere che cosa era avvenuto ed il bravo Frémintin fu il primo ad essere soccorso.

Alle due del mattino, dei doganieri greci, sopraggiunti di corsa, lo raccolsero e lo trasportarono nell’abitazione del governatore dell’isola, ove ebbe tutte le cure necessarie che richiedeva il suo stato.

Quattro marinai, che si erano lanciati in mare un momento prima che la nave saltasse in aria, furono pure raccolti e trasportati a terra. Erano Hervy, Lequillon, Carsoul e Bouysson. Vennero scoperti in mezzo alle montagne dell’isola ove erravano smarriti, nudi e affamati, non osando avvicinarsi alle abitazioni che supponevano abitate da famiglie di pirati.

All’indomani di quella tremenda catastrofe, si trovarono sulla spiaggia fra i rottami della nave i corpi di tre marinai francesi e quelli di moltissimi pirati greci morti in seguito all’esplosione, ciò che dimostrava come l’eroica risoluzione di Besson avesse avuto pieno effetto.

Le autorità greche non lasciarono però impunito quel misfatto. Inviarono subito sul luogo due bastimenti armati da guerra ed imprigionarono tutti i pirati che erano riusciti a scampare alla strage, e tutti furono, dopo un giudizio sommario, impiccati.

Quella lezione però non bastò a calmare gli arditi corsari e molte altre navi, specialmente turche e levantine, furono predate nelle acque dell’Arcipelago, non ostante la continua sorveglianza esercitata dagli incrociatori inglesi e francesi.

L’avventura accaduta due anni dopo il sacrificio del prode capitano Besson, alla corvetta spagnola Temperancia, può dar una chiara idea della spavalda tracotanza dei pirati greci.

La nave da guerra, che portava in patria le spoglie del console spagnolo a Costantinopoli, Felice Mangastura y Eraldo, giunta nei pressi dell’isola di Lemno, si vide circondare da una flottiglia sospetta che manovrava in modo da tagliarle la strada. Per evitare un investimento disastroso, la Temperancia rallentò l’andatura, ma contemporaneamente armò i suoi pezzi.

A nulla valsero le minacce: mezz’ora dopo, nonostante che il cannone avesse cominciato a tuonare, duecento satanassi erano sul ponte della corvetta intimando la resa a discrezione, altrimenti avrebbero buttato a mare il feretro!

Poichè l’onore del comandante incaricato di quel mesto trasporto era in giuoco, si dovette cedere e vuotare la cassaforte di bordo nelle mani dei pirati.

Non cessò la pirateria nelle isole greche se non quando il Governo mandò fortissime scorte a sorvegliare le coste coll’ordine di fucilare senza misericordia quanti uomini trovavano con a bordo armi da fuoco.

FINE
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