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Текст книги "Le tigri di Monpracem"


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Автор книги: Emilio Salgari


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Emilio Salgari
LE TIGRI DI MOMPRACEM

I PIRATI DI MOMPRACEM

La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversava sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra, covo di formidabili pirati, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo.

Pel cielo, spinte da un vento irresistibile, correvano come cavalli sbrigliati, e mescolandosi confusamente, nere masse di vapori, le quali, di quando in quando, lasciavano cadere sulle cupe foreste dell’isola furiosi acquazzoni; sul mare, pure sollevato dal vento, s’urtavano disordinatamente e s’infrangevano furiosamente enormi ondate, confondendo i loro muggiti cogli scoppi ora brevi e secchi ed ora interminabili delle folgori.

Né dalle capanne allineate in fondo alla baia dell’isola, né sulle fortificazioni che le difendevano, né sui numerosi navigli ancorati al di là delle scogliere, né sotto i boschi, né sulla tumultuosa superficie del mare, si scorgeva alcun lume; chi però, venendo da oriente, avesse guardato in alto, avrebbe scorto sulla cima di un’altissima rupe, tagliata a picco sul mare, brillare due punti luminosi, due finestre vivamente illuminate.

Chi mai vegliava in quell’ora e con simile bufera, nell’isola dei sanguinari pirati?

Tra un labirinto di trincee sfondate, di terrapieni cadenti, di stecconati divelti, di gabbioni sventrati, presso i quali scorgevansi ancora armi infrante e ossa umane, una vasta e solida capanna s’innalzava, adorna sulla cima di una grande bandiera rossa, con nel mezzo una testa di tigre.

Una stanza di quell’abitazione è illuminata, le pareti sono coperte di pesanti tessuti rossi, di velluti e di broccati di gran pregio, ma qua e là sgualciti, strappati e macchiati, e il pavimento scompare sotto un alto strato di tappeti di Persia, sfolgoranti d’oro, ma anche questi lacerati e imbrattati.

Nel mezzo sta un tavolo d’ebano, intarsiato di madreperla e adorno di fregi d’argento, carico di bottiglie e di bicchieri del più raro cristallo; negli angoli si rizzano grandi scaffali in parte rovinati, zeppi di vasi riboccanti di braccialetti d’oro, di orecchini, di anelli, di medaglioni, di preziosi arredi sacri, contorti o schiacciati, di perle provenienti senza dubbio dalle famose peschiere di Ceylan, di smeraldi, di rubini e di diamanti che scintillano come tanti soli, sotto i riflessi di una lampada dorata sospesa al soffitto.

In un canto sta un divano turco colle frange qua e là strappate; in un altro un armonium di ebano colla tastiera sfregiata e all’ingiro, in una confusione indescrivibile, stanno sparsi tappeti arrotolati, splendide vesti, quadri dovuti forse a celebri pennelli, lampade rovesciate, bottiglie ritte o capovolte, bicchieri interi o infranti e poi carabine indiane rabescate, tromboni di Spagna, sciabole, scimitarre, accette, pugnali, pistole.

In quella stanza così stranamente arredata, un uomo sta seduto su una poltrona zoppicante: è di statura alta, slanciata, dalla muscolatura potente, dai lineamenti energici, maschi, fieri e d’una bellezza strana.

Lunghi capelli gli cadono sugli omeri: una barba nerissima gli incornicia il volto leggermente abbronzato.

Ha la fronte ampia, ombreggiata da due stupende sopracciglia dall’ardita arcata, una bocca piccola che mostra dei denti acuminati come quelli delle fiere e scintillanti come perle; due occhi nerissimi, d’un fulgore che affascina, che brucia, che fa chinare qualsiasi altro sguardo.

Era seduto da alcuni minuti, collo sguardo fisso sulla lampada, colle mani chiuse nervosamente attorno alla ricca scimitarra, che gli pendeva da una larga fascia di seta rossa, stretta attorno ad una casacca di velluto azzurro a fregi d’oro. Uno scroscio formidabile, che scosse la gran capanna fino alle fondamenta, lo strappò bruscamente da quella immobilità. Si gettò indietro i lunghi e inanellati capelli, si assicurò sul capo il turbante adorno di uno splendido diamante, grosso quanto una noce, e si alzò di scatto, gettando all’intorno uno sguardo nel quale leggevasi un non so che di tetro e di minaccioso.

– È mezzanotte – mormorò egli. – Mezzanotte e non è ancora tornato!

Vuotò lentamente un bicchiere pieno di un liquido color dell’ambra, poi aprì la porta, s’inoltrò con passo fermo fra le trincee che difendevano la capanna e si fermò sull’orlo della gran rupe, alla cui base ruggiva furiosamente il mare. Stette là alcuni minuti colle braccia incrociate, fermo come la rupe che lo reggeva, aspirando con voluttà i tremendi soffi della tempesta e spingendo lo sguardo sullo sconvolto mare, poi si ritirò lentamente, rientrò nella capanna e si arrestò dinanzi all’armonium.

– Quale contrasto! – esclamò. – Al di fuori l’uragano e qua io! Quale il più tremendo?

Fece scorrere le dita sulla tastiera, traendo dei suoni rapidissimi e che avevano qualche cosa di strano, di selvaggio e che poi rallentò, finché si spensero fra gli scrosci delle folgori ed i fischi del vento.

Ad un tratto volse vivamente il capo verso la porta lasciata semiaperta. Stette un momento in ascolto, curvo innanzi, cogli orecchie tesi, poi uscì rapidamente, spingendosi fino sull’orlo della rupe.

Al rapido chiarore di un lampo vide un piccolo legno, colle vele quasi ammainate, entrare nella baia e confondersi in mezzo ai navigli ancorati. Il nostro uomo accostò alle labbra un fischietto d’oro e mandò tre note stridenti; un fischio acuto vi rispose un momento dopo.

– È lui! – mormorò con viva emozione. – Era tempo!

Cinque minuti dopo un essere umano, avvolto in un ampio mantello grondante d’acqua, si presentava dinanzi alla capanna.

– Yanez! – esclamò l’uomo dal turbante, gettandogli le braccia al collo.

– Sandokan! – rispose il nuovo venuto, con un accento straniero marcatissimo. – Brr! Che notte d’inferno, fratellino mio.

– Vieni!

Attraversarono rapidamente le trincee ed entrarono nella stanza illuminata, chiudendo la porta.

Sandokan riempì due bicchieri e porgendone uno allo straniero che si era sbarazzato del mantello e della carabina che portava ad armacollo, gli disse, con accento quasi affettuoso:

– Bevi, mio buon Yanez.

– Alla tua salute, Sandokan.

– Alla tua.

Vuotarono i bicchieri e si assisero dinanzi al tavolo.

Il nuovo arrivato era un uomo sui trentatré o trentaquattro anni, cioè un po’ più anziano del compagno. Era di media statura, robustissimo, dalla pelle bianchissima, i lineamenti regolari, gli occhi grigi, astuti, le labbra beffarde, e sottili, indizio di una ferrea volontà. A prima vista si capiva che era un europeo non solo, ma che doveva appartenere a qualche razza meridionale.

– Ebbene, Yanez, – chiese Sandokan, con una certa emozione, – hai veduta la fanciulla dai capelli d’oro?

– No, ma so quanto volevi sapere.

– Non sei andato a Labuan?

– Sì, ma capirai che su quelle coste guardate dagli incrociatori inglesi, riesce difficile lo sbarco a gente della nostra specie.

– Parlami di questa fanciulla. Chi è?

– Ti dirò che è una creatura meravigliosamente bella, tanto bella da essere capace di stregare il più formidabile pirata.

– Ah! – esclamò Sandokan.

– Mi dissero che ha i capelli biondi come l’oro, gli occhi più azzurri del mare, le carni bianche come l’alabastro. So che Alamba, uno dei nostri più feroci pirati, la vide una sera passeggiare sotto i boschi dell’isola e che fu tanto colpito da quella bellezza da fermare la sua nave per meglio contemplarla, a rischio di farsi massacrare dagli incrociatori inglesi.

– Ma a chi appartiene?

– Da alcuni si dice che sia figlia di un colono, da altri di un lord, da altri ancora che sia nientemeno che parente del governatore di Labuan.

– Strana creatura – mormorò Sandokan, comprimendosi colle mani la fronte.

– E così?… – chiese Yanez.

Il pirata non rispose. Si era bruscamente alzato in preda ad una viva emozione e si era portato dinanzi all’armonium, facendo scorrere le dita sui tasti.

Yanez si limitò a sorridere e, staccata da un chiodo una vecchia mandola, si mise a pizzicarne le corde, dicendo:

– Sta bene! Facciamo un po’ di musica.

Aveva però appena cominciato a suonare un’arietta portoghese, allorquando vide Sandokan avvicinarsi bruscamente al tavolo, puntandovi sopra le mani con tale violenza da farlo piegare.

Non era più lo stesso uomo di prima: la sua fronte era burrascosamente aggrottata, i suoi occhi mandavano cupi lampi, le sue labbra, ritiratesi, mostravano i denti convulsamente stretti, le sue membra fremevano. In quel momento egli era il formidabile capo dei feroci pirati di Mompracem, era l’uomo che da dieci anni insanguinava le coste della Malesia, l’uomo che per ogni dove aveva dato terribili battaglie, l’uomo la cui straordinaria audacia, l’indomito coraggio gli avevano valso il nomignolo di Tigre della Malesia.

– Yanez! – esclamò egli con un tono di voce, che più nulla aveva d’umano. – Che cosa fanno gl’inglesi a Labuan?

– Si fortificano – rispose tranquillamente l’europeo.

– Forse che tramano qualche cosa contro di me?

– Lo credo.

– Ah! Tu lo credi? Che osino alzare un dito contro la mia Mompracem! Di’ a loro che si provino a sfidare i pirati nei loro covi! La Tigre li distruggerà fino all’ultimo e berrà tutto il loro sangue. Dimmi, che cosa dicono di me?

– Che è ora di finirla con un pirata così audace.

– E mi odiano molto?

– Tanto che s’accontenterebbero di perdere tutte le loro navi, pur di appiccarti.

– Ah!

– Dubiti forse? Fratellino mio, sono molti anni che tu ne commetti una peggiore dell’altra. Tutte le coste portano le tracce delle tue scorrerie; tutti i villaggi e tutte le città sono state da te assalite e saccheggiate; tutti i forti olandesi, spagnoli e inglesi hanno ricevuto le tue palle e il fondo del mare è irto di navi da te mandate a picco.

– È vero, ma di chi la colpa? Forse che gli uomini di razza bianca non sono stati inesorabili con me? Forse che non mi hanno detronizzato col pretesto che io diventavo troppo potente? Forse che non hanno assassinato mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle, per distruggere la mia discendenza? Quale male avevo io fatto a costoro? La razza bianca non aveva mai avuto da dolersi di me, eppure mi volle schiacciare. Ora io li odio, siano spagnoli, od olandesi, o inglesi o portoghesi tuoi compatrioti, io li esecro e mi vendicherò terribilmente di loro, l’ho giurato sui cadaveri della mia famiglia e manterrò il giuramento!

«Se sono però stato spietato coi miei nemici, qualche voce spero si alzerà per dire che talvolta sono stato generoso.»

– Non una, bensì cento, mille voci possono ben dire che tu sei stato coi deboli perfin troppo generoso – disse Yanez. – Possono dirlo tutte quelle donne cadute in tuo potere che tu hai condotte, a rischio di farti colare a picco dagli incrociatori, nei porti degli uomini bianchi; possono dirlo le deboli tribù che tu hai difeso contro le razzie dei prepotenti, i poveri marinai privati dei loro legni dalle tempeste e che tu hai salvati dalle onde e coperti di regali, e cento, e mille altri che ricorderanno sempre i tuoi benefici, o Sandokan.

«Ma dimmi ora, fratellino mio, che cosa vuoi concludere?»

La Tigre della Malesia non rispose. Si era messo a passeggiare per la stanza colle braccia incrociate e la testa china sul petto. A che pensava quel formidabile uomo? Il portoghese Yanez, quantunque lo conoscesse da lungo tempo, non sapeva indovinarlo.

– Sandokan, – disse dopo qualche minuto, – a che cosa pensi?

La Tigre si fermò guardandolo fisso, ma ancora non rispose.

– Hai qualche pensiero che ti tormenta? – riprese Yanez. – Toh! Si direbbe che ti crucci perché gl’inglesi ti odiano molto.

Anche questa volta il pirata stette zitto.

Il portoghese si alzò, accese una sigaretta e si diresse verso una porta nascosta dalla tappezzeria, dicendo:

– Buona notte, fratellino mio.

Sandokan a quelle parole si scosse e, fermando con un gesto il portoghese, disse:

– Una parola, Yanez.

– Parla adunque.

– Sai che voglio andare a Labuan?

– Tu!… A Labuan!…

– Perché tanta sorpresa?

– Perché tu sei troppo audace e commetteresti qualche pazzia nel covo del tuoi più accaniti nemici.

Sandokan lo guardò con due occhi che mandavano fiamme ed emise una specie di sordo ruggito.

– Fratello mio, – riprese il portoghese, – non tentare troppo la fortuna. Sta’ in guardia! L’affamata Inghilterra ha messo gli occhi sulla nostra Mompracem e forse non aspetta che la tua morte per gettarsi sui tuoi tigrotti e distruggerli. Sta’ in guardia, poiché ho veduto un incrociatore irto di cannoni e zeppo d’armati ronzare nelle nostre acque, e quello là è un leone che altro non attende che una preda.

– Ma incontrerà la Tigre! – esclamò Sandokan, stringendo i pugni e fremendo dai piedi al capo.

– Sì, la incontrerà e forse nella pugna soccomberà, ma il suo grido di morte giungerà fino sulle coste di Labuan ed altri muoveranno contro di te. Morranno molti leoni, poiché tu sei forte e tremendo, ma morrà anche la Tigre!

– Io!…

Sandokan aveva fatto un salto innanzi, colle braccia contratte pel furore, gli occhi fiammeggianti, le mani raggrinzate come se stringessero delle armi. Fu però un lampo: si sedette dinanzi al tavolo, tracannò d’un sol fiato una tazza rimasta piena e disse con voce perfettamente calma:

– Hai ragione, Yanez; tuttavia io andrò domani a Labuan. Una forza irresistibile mi spinge verso quelle spiagge, e una voce mi sussurra che io devo vedere la fanciulla dai capelli d’oro, che io devo…

– Sandokan!…

– Silenzio fratellino mio: andiamo a dormire.

FEROCIA E GENEROSITÀ

All’indomani qualche ora dopo che il sole era sorto, Sandokan usciva dalla capanna, pronto a compiere l’ardita impresa.

Era abbigliato da guerra: aveva calzato lunghi stivali di pelle rossa, il suo colore favorito, aveva indossata una splendida casacca di velluto pure rosso, adorna di ricami e di frange e larghi calzoni di seta azzurra. Ad armacollo portava una ricca carabina indiana rabescata e dal lungo tiro: alla cintura una pesante scimitarra dall’impugnatura di oro massiccio e di dietro un kriss, quel pugnale dalla lama serpeggiante e avvelenata, tanto caro alle popolazioni della Malesia.

Si arrestò un momento sull’orlo della gran rupe, scorrendo col suo sguardo d’aquila la superficie del mare, diventata liscia e tersa come uno specchio, e lo fermò verso l’oriente.

– È là – mormorò egli, dopo alcuni istanti di contemplazione. – Strano destino, che mi spingi laggiù, dimmi se mi sarai fatale! Dimmi se quella donna dagli occhi azzurri e dai capelli d’oro che ogni notte conturba i miei sogni, sarà la mia perdita!…

Scosse il capo come se volesse scacciare un cattivo pensiero, poi a lenti passi discese una stretta scaletta aperta nella roccia e che conduceva alla spiaggia. Un uomo lo attendeva al basso: era Yanez.

– Tutto è pronto – disse questi. – Ho fatto preparare i due migliori legni della nostra flotta, rinforzandoli con due grosse spingarde.

– E gli uomini?

– Tutte le bande sono schierate sulla spiaggia, coi loro capi. Non avrai che da scegliere le migliori.

– Grazie, Yanez.

– Non ringraziarmi, Sandokan; forse ho preparato la tua rovina.

– Non temere, fratello mio; le palle hanno paura di me.

– Sii prudente, molto prudente.

– Lo sarò e ti prometto che, appena avrò veduta quella fanciulla ritornerò qui.

– Dannata femmina! Strangolerei quel pirata che per primo la vide e ne parlò a te.

– Vieni, Yanez.

Attraversarono una spianata, difesa da grandi bastioni, e armata di grossi pezzi d’artiglieria, di terrapieni e di profondi fossati e giunsero sulle rive della baia, in mezzo alla quale galleggiavano dodici o quindici velieri, che si chiamano prahos. Dinanzi ad una lunga fila di capanne e di solidi fabbricati, che parevano magazzini, trecento uomini stavano schierati in bell’ordine, in attesa d’un comando qualunque per slanciarsi, come una legione di demoni, sulle navi e spargere il terrore su tutti i mari della Malesia.

Che uomini e che tipi!

Vi erano dei malesi, di statura piuttosto bassa, vigorosi e agili come le scimmie, dalla faccia quadra e ossuta, dalla tinta fosca, uomini famosi per la loro audacia e ferocia; dei battias, dalla tinta ancor più fosca, noti per la loro passione per la carne umana, quantunque dotati di una civiltà relativamente assai avanzata; dei dayaki della vicina isola di Borneo, di alta statura, dai lineamenti belli, celebri per le loro stragi, che valsero loro il titolo di tagliatori di teste; dei siamesi, dal viso romboidale e gli occhi dai riflessi giallastri; dei cocincinesi, dalla tinta gialla e il capo adorno di una coda smisurata e poi degli indiani, dei bughisi, dei giavanesi, dei tagali delle Filippine e infine dei negritos con delle teste enormi ed i lineamenti ributtanti.

All’apparire della Tigre della Malesia, un fremito percorse la lunga fila dei pirati; tutti gli occhi parvero incendiarsi e tutte le mani si raggrinzarono attorno alle armi.

Sandokan gettò uno sguardo di compiacenza sui suoi tigrotti, come amava chiamarli, e disse:

– Patan, fatti innanzi.

Un malese, di statura piuttosto alta, dalle membra poderose, la tinta olivastra e vestito d’un semplice sottanino rosso adorno di alcune piume, si avanzò con quel dondolamento che è particolare agli uomini di mare.

– Quanti uomini conta la tua banda? – chiese.

– Cinquanta, Tigre della Malesia.

– Tutti buoni?

– Tutti assetati di sangue.

– Imbarcali su quei due prahos e cedine la metà al giavanese Giro-Batol.

– E si va?…

Sandokan gli lanciò uno sguardo, che fece fremere l’imprudente, quantunque fosse uno di quegli uomini che si rideva della mitraglia.

– Ubbidisci e non una parola se vuoi vivere – gli disse Sandokan.

Il malese s’allontanò rapidamente, traendosi dietro la sua banda, composta di uomini coraggiosi fino alla pazzia e che ad un cenno di Sandokan non avrebbero esitato a saccheggiare il sepolcro di Maometto, quantunque tutti maomettani.

– Vieni Yanez – disse Sandokan, quando li vide imbarcati.

Stavano per scendere la spiaggia, quando furono raggiunti da un brutto negro dalla testa enorme, dalle mani ed i piedi di grandezza sproporzionata, un vero campione di quegli orribili negritos che s’incontrano nell’interno di quasi tutte le isole della Malesia.

– Che cosa vuoi e da dove vieni, Kili-Dalù? – gli chiese Yanez.

– Vengo dalla costa meridionale – rispose il negato, respirando affannosamente.

– E ci rechi?

– Una buona nuova, capo bianco; ho veduto una grossa giunca bordeggiare verso le isole Romades.

– Era carica? – chiese Sandokan.

– Sì, Tigre.

– Sta bene; fra tre ore cadrà in mio potere.

– E poi andrai a Labuan?

– Direttamente, Yanez.

Si erano fermati dinanzi ad una ricca baleniera, montata da quattro malesi.

– Addio, fratello – disse Sandokan, abbracciando Yanez.

– Addio, Sandokan. Bada di non commettere delle pazzie.

– Non temere; sarò prudente.

– Addio e che la tua buona stella ti protegga.

Sandokan balzò nella baleniera e, con pochi colpi di remo, raggiunse i prahos, i quali stavano spiegando le loro immense vele. Dalla spiaggia si alzò un immenso grido.

– Evviva la Tigre della Malesia!

– Partiamo – comandò il pirata, volgendosi ai due equipaggi.

Le ancore vennero salpate da due squadre di demoni color verde-oliva o giallo-sporco e i due legni, fatte due bordate, si slanciarono in pieno mare, beccheggiando sulle azzurre onde del mar Malese.

– La rotta? – chiese Sabau a Sandokan, che aveva preso il comando del legno maggiore.

– Diritti alle isole Romades – rispose il capo. Poi, volgendosi verso gli equipaggi, gridò:

– Tigrotti, aprite bene gli occhi; abbiamo una giunca da saccheggiare.

Il vento era buono, soffiando dal sud-ovest, e il mare, appena mosso non opponeva resistenza alla corsa dei due legni, i quali in breve raggiunsero una celerità superiore ai dodici nodi, velocità veramente non comune ai bastimenti a vela, ma niente straordinaria pei legni malesi, che portano vele immense e hanno scafi strettissimi e leggeri.

I due legni, coi quali la Tigre stava per intraprendere l’audace spedizione, non erano due veri prahos i quali ordinariamente sono piccoli e sprovvisti di ponte. Sandokan e Yanez, che in fatto di cose di mare non avevano di eguali in tutta la Malesia, avevano modificati tutti i loro velieri, onde affrontare vantaggiosamente le navi che inseguivano.

Avevano conservato le immense vele, la cui lunghezza toccava i quaranta metri e così pure gli alberi grossi, ma dotati di una certa elasticità e le manovre di fibre di gamuti e di rotang, più resistenti delle funi e più facili a trovarsi, ma avevano dato agli scafi maggiori dimensioni, alla carena forme più svelte e alla prua una solidità a tutta prova.

Avevano inoltre fatto costruire su tutti i legni un ponte, aprire sui fianchi dei fori pei remi ed avevano eliminato uno dei due timoni che portavano i prahos e soppresso il bilanciere, attrezzi che potevano rendere meno facili gli abbordaggi.

Malgrado i due prahos si trovassero ancora ad una grande distanza dalle Romades, verso le quali si supponeva veleggiasse la giunca scorta da Kili-Dalù, appena sparsasi la notizia della presenza di quel legno, i pirati si misero subito all’opera, onde essere pronti al combattimento.

I due cannoni e le due grosse spingarde vennero caricati colla massima cura, si disposero sul ponte palle in gran numero e granate da lanciarsi a mano, poi fucili, scuri, sciabole d’abbordaggio e sulle murate vennero collocati i grappini d’arrembaggio, da gettarsi sulle manovre della nave nemica. Ciò fatto, quei demoni, i cui sguardi già s’accendevano d’ardente bramosia, si misero in osservazione chi sui bastingaggi, chi sulle griselle, e chi a cavalcioni dei pennoni, ansiosi tutti di scoprire la giunca che prometteva un ricco saccheggio, provenendo ordinariamente, tali navi, dai porti della Cina.

Anche Sandokan pareva che prendesse parte all’ansietà e irrequietezza dei suoi uomini. Camminava da prua a poppa con passo nervoso, scrutando l’immensa distesa d’acqua e stringendo con una specie di rabbia l’impugnatura d’oro della sua splendida scimitarra.

Alle dieci del mattino Mompracem scompariva sotto l’orizzonte, ma il mare appariva ancora deserto.

Non uno scoglio in vista, non un pennacchio di fumo che indicasse la presenza di un piroscafo, non un punto bianco che segnalasse la vicinanza di qualche veliero. Una viva impazienza cominciava a invadere gli equipaggi dei due legni; gli uomini salivano e scendevano gli attrezzi imprecando, tormentavano le batterie dei fucili, facevano lampeggiare le lucenti lame dei loro avvelenati kriss e delle scimitarre.

Ad un tratto, poco dopo il mezzodì, dall’alto dell’albero maestro s’udì una voce a gridare:

– Ehi! guarda sottovento!

Sandokan interruppe la sua passeggiata. Lanciò un rapido sguardo sul ponte del proprio legno, un altro su quello comandato da Giro-Batol, poi comandò:

– Tigrotti! Ai vostri posti di combattimento!

In meno che si dica i pirati, che si erano arrampicati sugli alberi, scesero in coperta, occupando i posti loro assegnati.

– Ragno di Mare – disse Sandokan, rivolgendosi all’uomo rimasto in osservazione sull’albero. – Che cosa vedi?

– Una vela, Tigre.

– È una giunca?

– È la vela di una giunca, non m’inganno.

– Avrei preferito un legno europeo – mormorò Sandokan, corrugando la fronte. – Nessun odio mi spinge contro gli uomini del Celeste Impero. Ma chissà!… – Riprese la passeggiata e non parlò più.

Passò una mezz’ora, durante la quale i due prahos guadagnarono cinque nodi, poi la voce del Ragno di Mare si fece ancora udire.

– Capitano, è una giunca! – gridò. – Badate che ci ha scorti e che sta virando di bordo.

– Ah! – esclamò Sandokan. – Ehi! Giro-Batol, manovra in modo da impedirle di fuggire.

I due legni un momento dopo si separavano e, dopo descritto un ampio semicerchio, mossero a vele spiegate incontro al legno mercantile.

Era questo uno di quei pesanti vascelli che si chiamano giunche, dalle forme tozze e di dubbia solidità, usati nei mari della Cina.

Appena accortosi della presenza di quei due legni sospetti, contro i quali non poteva lottare di velocità, si era fermato, inalberando un gran drappo.

Nel vedere quel vessillo, Sandokan fece un salto innanzi.

– La bandiera del rajah Brooke, dello «Sterminatore dei pirati»! – esclamò, con intraducibile accento d’odio. – Tigrotti! all’abbordaggio! all’abbordaggio!… Un urlo selvaggio, feroce, s’alzò fra i due equipaggi, ai quali non era ignota la fama dell’inglese James Brooke, diventato rajah di Sarawack, nemico spietato dei pirati, un gran numero dei quali erano caduti sotto i suoi colpi.

Patan, d’un balzo, fu al cannone di prua, mentre gli altri puntavano la spingarda ed armavano le carabine.

– Devo cominciare? – chiese a Sandokan.

– Sì, ma che la tua palla non vada perduta.

– Sta bene!

Di repente una detonazione echeggiò a bordo della giunca, ed una palla di piccolo calibro passò, con un acuto fischio, attraverso le vele. Patan si chinò sul suo cannone e fece fuoco, l’effetto fu pronto: l’albero maestro della giunca che si era spaccato alla base, oscillò violentemente innanzi e indietro e cadde in coperta, colle vele e tutti i suoi cordami. A bordo del disgraziato legno si videro degli uomini correre sulle murate e poi sparire.

– Guarda, Patan! – gridò il Ragno di Mare.

Un piccolo canotto, montato da sei uomini, erasi staccato dalla giunca e fuggiva verso le Romades.

– Ah! – esclamò Sandokan, con ira. – Vi sono degli uomini che fuggono, invece di battersi! Patan fà fuoco su quei vili!

Il malese lanciò a fior d’acqua un nembo di mitraglia che sfondò il canotto, fulminando tutti quelli che lo montavano.

– Bravo, Patan! – gridò Sandokan. – Ed ora, rasami come un pontone quella nave, sulla quale vedo ancora un numeroso equipaggio. Dopo la manderemo a raddobbarsi nei cantieri del rajah, se ne ha!

I due legni corsari ripresero l’infernale musica, scagliando palle, granate e nembi di mitraglia contro il povero legno, spaccandogli l’albero di trinchetto, sfondandogli le murate e le costole, recidendogli le manovre e uccidendogli i marinai che si difendevano disperatamente a colpi di fucile.

– Bravi! – esclamò Sandokan, che ammirava il coraggio di quei pochi uomini rimasti sulla giunca.

– Tirate, tirate ancora contro di noi! Siete degni di combattere contro la Tigre della Malesia!

I due legni corsari, avvolti da fitte nuvole di fumo, dalle quali scattavano lampi, si avanzavano sempre e in brevi istanti furono sotto i fianchi della giunca.

– Barra sottovento! – gridò allora Sandokan, che aveva impugnato la scimitarra.

Il suo legno abbordò il mercantile sotto l’anca di babordo, e vi rimase attaccato, essendo stati lanciati i grappini d’abbordaggio.

– All’assalto, tigrotti! – tuonò il terribile pirata.

Si raccolse su se stesso, come una tigre che sta per lanciarsi sulla preda e fece atto di saltare, ma una mano robusta lo trattenne.

Si volse, gettando un urlo di furore, ma l’uomo che aveva osato di fermarlo gli era saltato dinanzi, coprendolo col proprio corpo.

– Tu, Ragno di Mare! – gridò Sandokan, alzando su di lui la scimitarra. Proprio in quell’istante un colpo di fucile partiva dalla giunca e il povero Ragno cadeva sul ponte fulminato.

– Ah! grazie, mio tigrotto – disse Sandokan. – Volevi salvarmi!

Si scagliò innanzi come un toro ferito, si aggrappò alla bocca di un cannone, si issò sul ponte della giunca e si precipitò fra i combattenti con quella pazza temerità che tutti ammiravano.

L’intero equipaggio della nave mercantile si gittò addosso a lui per contrastargli il passo.

– A me, tigrotti! – gridò egli, abbattendo due uomini col rovescio della scimitarra. Dieci o dodici pirati, arrampicandosi come scimmie su per gli attrezzi e saltando le murate, si slanciarono in coperta, mentre l’altro praho gettava i grappini d’abbordaggio.

– Arrendetevi! – gridò la Tigre ai marinai della giunca.

I sette od otto uomini che ancora sopravvivevano, vedendo altri pirati invadere la tolda, gettarono le armi.

– Chi è il capitano? – chiese Sandokan.

– Io – rispose un cinese, facendosi innanzi, tremando.

– Tu sei un prode, ed i tuoi uomini sono degni di te – disse Sandokan. – Dove andavi?

– A Sarawack.

Una profonda ruga si disegnò sull’ampia fronte del pirata.

– Ah! – esclamò con voce sorda. – Tu vai a Sarawack. E che cosa fa il rajah Brooke, lo «Sterminatore dei pirati»?

– Non lo so, mancando da Sarawack da parecchi mesi.

– Non importa, ma gli dirai che un giorno andrò a gettare l’ancora nella sua baia e che là attenderò i suoi legni. Oh! la vedremo se lo «Sterminatore dei pirati» sarà capace di vincere i miei.

Poi si strappò dal collo una fila di diamanti del valore di tre o quattrocentomila lire e, porgendola al capitano della giunca, disse:

– Prendi, mio valoroso. Mi rincresce di averti malmenato la giunca che tu hai così bene difesa, ma potrai con questi diamanti comperartene dieci di nuove.

– Ma chi siete, voi? – chiese il capitano, stupito.

Sandokan gli si avvicinò e, posandogli le mani sulle spalle, gli disse:

– Guardami in viso: io sono la Tigre della Malesia.

Poi, prima che il capitano e i suoi marinai potessero riaversi dal loro sbalordimento e dal loro terrore, Sandokan e i pirati erano ridiscesi nei loro legni.

– La rotta? – chiese Patan.

La Tigre stese il braccio verso l’est, poi, con voce metallica, nella quale sentivasi una grande vibrazione, gridò:

– Tigrotti, a Labuan! a Labuan!

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