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Текст книги "Odi barbare"


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Автор книги: Giosue Carducci


Жанр: Зарубежная старинная литература, Зарубежная литература


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NELLA PIAZZA DI SAN PETRONIO
 
Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna,
e il colle sopra bianco di neve ride.
 
 
È l’ora soave che il sol morituro saluta
le torri e ‘l tempio, divo Petronio, tuo;
 
 
le torri i cui merli tant’ala di secolo lambe,
e del solenne tempio la solitaria cima.
 
 
Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla;
e l’aër come velo d’argento giace
 
 
su ‘l foro, lieve sfumando a torno le moli
che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.
 
 
Su gli alti fastigi s’indugia il sole guardando
con un sorriso languido di vïola,
 
 
che ne la bigia pietra nel fosco vermiglio mattone
par che risvegli l’anima de i secoli,
 
 
e un desio mesto pe ‘l rigido aëre sveglia
di rossi maggi, di calde aulenti sere,
 
 
quando le donne gentili danzavano in piazza
e co’ i re vinti i consoli tornavano.
 
 
Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
un desiderio vano de la bellezza antica.
 
LE DUE TORRI

Asinella

 
Io d’Italia dal cuor tra impeti d’inni balzai
quando l’Alpi di barbari snebbiarono
e su ‘l populeo Po pe ‘l verde paese i carrocci
tutte le trombe reduci suonavano.
 

Garisenda

 
Memore sospirai sorgendo e la fronte io piegai
su le ruine e su le tombe. Irnerio
curvo tra i gran volumi sedeva e di Roma la grande
lento parlava al palvesato popolo.
 

Asinella

 
Bello di maggio il dí ch’io vidi su ‘l ponte di Reno
passar la gloria libera del popolo,
sangue di Svevia, e te chinare la bionda cervice
a l’ondeggiante rossa croce italica.
 

Garisenda

 
Triste mese di maggio, che intorno al bel corpo d’Imelda
cozzâr le spade de i fratelli e corsero
lunghi quaranta giorni le furie civili crollando
tra ‘l vasto sangue l’ardue torri in polvere.
 

Asinella

 
Dante vid’io levar la giovine fronte a guardarci,
e, come su noi passano le nuvole,
vidi su lui passar fantasmi e fantasmi ed intorno
premergli tutti i secoli d’Italia.
 

Garisenda

 
Sotto vidimi il papa venir con l’imperatore
l’un a l’altro impalmati; ed oh me misera,
in suo giudicio Dio non volle che io ruinassi
su Carlo quinto e su Clemente settimo!
 
FUORI ALLA CERTOSA DI BOLOGNA
 
Oh caro a quelli che escon da le bianche e tacite case
de i morti il sole! Giunge come il bacio d’un dio:
 
 
bacio di luce che inonda la terra, mentre alto ed immenso
cantano le cicale l’inno di messidoro.
 
 
Il piano somiglia un mare superbo di fremiti e d’onde:
ville, città, castelli emergono com’isole.
 
 
Slanciansi lunghe tra ‘l verde polveroso e i pioppi le strade:
varcano i ponti snelli con fughe d’archi il fiume.
 
 
E tutto è fiamma ed azzurro. Da l’alpe là giú di Verona
guardano solitarie due nuvolette bianche.
 
 
Delia, a voi zefiro spira da ‘l colle pio de la Guardia
che incoronato scende da l’Apennino al piano,
 
 
v’agita il candido velo, e i ricci commove scorrenti
giú con le nere anella per la superba fronte.
 
 
Mentre domate i ribelli, gentil, con la mano, chinando
gli occhi onde tante gioie promette in vano Amore,
 
 
udite (a voi de le Muse lo spirito in cuore favella),
udite giú sotterra ciò che dicono i morti.
 
 
dormono a piè qui del colle gli avi umbri che ruppero primi
a suon di scuri i sacri tuoi silenzi, Apennino:
 
 
dormon gli etruschi discesi co ‘l liuto con l’asta con fermi
gli occhi ne l’alto a’ verdi misterïosi clivi,
 
 
e i grandi celti rossastri correnti a lavarsi la strage
ne le fredde acque alpestri ch’ei salutavan Reno,
 
 
e l’alta stirpe di Roma, e il lungo-chiomato lombardo
ch’ultimo accampò sovra le rimboschite cime.
 
 
Dormon con gli ultimi nostri. Fiammeggia il meriggio su ‘l colle:
udite, o Delia, udite ciò che dicono i morti.
 
 
Dicono i morti – Beati, o voi passeggeri del colle
circonfusi da’ caldi raggi de l’aureo sole.
 
 
Fresche a voi mormoran l’acque pe ‘l florido clivo scendenti,
cantan gli uccelli al verde, cantan le foglie al vento.
 
 
A voi sorridono i fiori sempre nuovi sopra la terra:
a voi ridon le stelle, fiori eterni del cielo. —
 
 
Dicono i morti – Cogliete i fiori che passano anch’essi,
adorate le stelle che non passano mai.
 
 
Putridi squagliansi i serti d’intorno i nostri umidi teschi:
ponete rose a torno le chiome bionde e nere.
 
 
Freddo è qua giú: siamo soli. Oh amatevi al sole! Risplenda
su la vita che passa l’eternità d’amore. —
 
SU L’ADDA
 
Corri, tra’ rosei fuochi del vespero,
corri, Addua cerulo: Lidia su ‘l placido
fiume, e il tenero amore,
al sole occiduo naviga.
 
 
Ecco, ed il memore ponte dilungasi:
cede l’aereo de gli archi slancio,
e al liquido s’agguaglia
pian che allargasi e mormora.
 
 
Le mura dirute di Lodi fuggono
arrampicandosi nere al declivio
verde e al docile colle.
Addio, storia de gli uomini.
 
 
Quando il romuleo marte ed il barbaro
ruggîr ne’ ferrei cozzi, e qui vindice
la rabbia di Milano
arse in itali incendii,
 
 
tu ancor dal Lario verso l’Eridano
scendevi, o Addua, con desio placido,
con murmure solenne,
giú pe’ taciti pascoli.
 
 
Quando su ‘l dubbio ponte tra i folgori
passava il pallido còrso, recandosi
di due secoli il fato
ne l’esile man giovine,
 
 
tu il molto celtico sangue ed il teutono
lavavi, o Addua, via: su le tremule
acque il nitrico fumo
putrido disperdeasi.
 
 
Moriano gli ultimi tuon de la folgore
franca ne i concavi seni: volgeasi
da i limpidi lavacri
il bue candido, attonito.
 
 
Ov’è or l’aquila di Pompeo? l’aquila
ov’è de l’ispido sir di Soavia
e del pallido còrso?
Tu corri, o Addua cerulo.
 
 
Corri tra’ rosei fuochi del vespero,
corri, Addua cerulo: Lidia su ‘l placido
fiume, e il tenero amore,
al sole occiduo naviga.
 
 
Sotto l’olimpico riso de l’aere
la terra palpita: ogni onda accendesi
e trepida risalta
di fulgidi amor turgida.
 
 
Molle de’ giovani prati l’effluvio
va sopra l’umido pian: l’acque a’ margini
di gemiti e sorrisi
un suon morbido frangono.
 
 
E il legno scivola lieve: tra le uberi
sponde lo splendido fiume devolvesi:
trascorrono de’ campi
i grandi alberi, e accennano,
 
 
e giú da gli alberi, su da le floride
siepi, per l’auree strisce e le rosee,
s’inseguono gli augelli
e amore ilari mescono.
 
 
Corri tra’ rosei fuochi del vespero,
corri, Addua cerulo: Lidia su ‘l placido
fiume naviga, e amore
d’ambrosia irriga l’aure.
 
 
Tra’ pingui pascoli sotto il sole aureo
tu con Eridano scendi a confonderti:
precipita a l’occaso
il sole infaticabile.
 
 
O sole, o Addua corrente, l’anima
per un elisio dietro voi naviga:
ove ella e il mutuo amore,
o Lidia, perderannosi?
 
 
Non so; ma perdermi lungi da gli uomini
amo or di Lidia nel guardo languido,
ove nuotano ignoti
desiderii e misterii.
 
DA DESENZANO

A G. R.


 
Gino, che fai sotto i felsinei portici?
mediti come il gentil fior de l’Ellade
d’Omero al canto e a lo scalpel di Fidia
lieto sorgesse nel mattin de i popoli?
 
 
Da l’Asinella gufi e nibbi stridono
invidïando e i cari studi rompono.
Fuggi, deh fuggi da coteste tenebre
e al tuo poeta, o dolce amico, vientene.
 
 
Vienne qui dove l’onda ampia del lidio
lago tra i monti azzurreggiando palpita:
vieni: con voce di faleuci chiàmati
Sirmio che ancor del suo signore allegrasi.
 
 
Vuole Manerba a te rasene istorie,
vuole Muníga attiche fole intessere,
mentre su i merli barbari fantasimi
armi ed amori con il vento parlano.
 
 
Ascoltiam sotto anacreòntea pergola
o a la platonia verde ombra de’ platani,
freschi votando gl’innovati calici
che la Riviera del suo vino imporpora.
 
 
Dolce tra i vini udir lontane istorie
d’atavi, mentre il divo sol precipita
e le pie stelle sopra noi viaggiano
e tra l’onde e le fronde l’aura mormora.
 
 
Essi che queste amene rive tennero
te, come noi, bel sole, un dí goderono,
o ti gittasser belve umane un fremito
da le lacustri palafitte, o agili
 
 
Veneti a l’onda le cavalle dessero
trepida e fredda nel mattino roseo,
o co ‘l tirreno lituo segnassero
nel mezzogiorno le pietrose acropoli.
 
 
Gino, ove inteso a le vittorie retiche
o da le dacie glorïoso il milite
in vigil ozio l’aquile romulee
su ‘l lago affisse ricantando Cesare,
 
 
ivi in fremente selva Desiderio
agitò a caccia poi cignali e daini,
fermo il pensiero a la corona ferrea
fulgida in Roma per la via de’ Cesari.
 
 
Gino, ove il giambo di Catullo rapido
l’ala aprí sovra la distesa cerula,
Lesbia chiamando tra l’odor de’ lauri
con un saliente gemito per l’aere,
 
 
ivi il compianto di lombarde monache
salmodïando ascese vèr’ la candida
luna e la requie mormorò su i giovani
pallidi stesi sotto l’asta francica.
 
 
E calerem noi pur giú tra i fantasimi
cui né il sol veste di fulgor purpureo
né le pie stelle sovra il capo ridono
né de la vite il frutto i cuor letifica.
 
 
Duci e poeti allor, fronti sideree,
ne moveranno incontro, e «Di qual secolo
– dimanderanno – di qual triste secolo
a noi venite, pallida progenie?
 
 
A voi tra’ cigli torva cura infóscasi
e da l’angusto petto il cuore fumiga.
Non ne la vita esercitammo il muscolo,
e discendemmo grandi ombre tra gl’inferi».
 
 
Gino, qui sotto anacreòntea pergola
o a la platonia verde ombra de’ platani,
qui, tra i bicchieri che il vin fresco imporpora,
degna risposta meditiamo. Versasi
 
 
cerula notte sovra il piano argenteo,
move da Sirmio una canora imagine
giú via per l’onda che soave mormora
riscintillando a al curvo lido infrangesi.
 
SIRMIONE
 
Ecco: la verde Sirmio nel lucido lago sorride,
fiore de le penisole.
 
 
Il sol la guarda e vezzeggia: somiglia d’intorno il Benaco
una gran tazza argentea,
 
 
cui placido olivo per gli orli nitidi corre
misto a l’eterno lauro.
 
 
Questa raggiante coppa Italia madre protende,
alte le braccia, a i superi;
 
 
ed essi da i cieli cadere vi lasciano Sirmio,
gemma de le penisole.
 
 
Baldo, paterno monte, protegge la bella da l’alto
co ‘l sopracciglio torbido:
 
 
il Gu sembra un titano per lei caduto in battaglia,
supino e minaccevole.
 
 
Ma incontro le porge dal seno lunato a sinistra
Salò le braccia candide,
 
 
lieta come fanciulla che in danza entrando abbandona
le chiome e il velo a l’aure,
 
 
e ride e gitta fiori con le man piene, e di fiori
le esulta il capo giovine.
 
 
Garda là in fondo solleva la ròcca sua fosca
sovra lo specchio liquido,
 
 
cantando una saga d’antiche cittadi sepolte
e di regine barbare.
 
 
Ma qui, Lalage, donde per tanta pia gioia d’azzurro
tu mandi il guardo e l’anima,
 
 
qui Valerio Catullo, legato giú a’ nitidi sassi
il fasèlo britinico,
 
 
sedeasi i lunghi giorni, e gli occhi di Lesbia ne l’onda
fosforescente e tremula,
 
 
e ‘l perfido riso di Lesbia e i multivoli ardori
vedea ne l’onda vitrea,
 
 
mentr’ella stancava pe’ neri angiporti le reni
a i nepoti di Romolo.
 
 
A lui da gli umidi fondi la ninfa del lago cantava
– Vieni, o Quinto Valerio.
 
 
Qui ne le nostre grotte discende anche il sole, ma bianco
e mite come Cintia.
 
 
Qui de la vostra vita gli assidui tumulti un lontano
d’api sussurro paiono,
 
 
e nel silenzio freddo le insanie e le trepide cure
in lento oblio si sciolgono.
 
 
Qui ‘l fresco, qui ‘l sonno, qui musiche leni ed i cori
de le cerule vergini,
 
 
mentr’Espero allunga la rosea face su l’acque
e i flutti al lido gemono. —
 
 
Ahi triste Amore! egli odia le Muse, e lascivo i poeti
frange o li spegne tragico.
 
 
Ma chi da gli occhi tuoi, che lunghe intentano guerre,
chi ne assecura, o Lalage?
 
 
Cogli a le pure Muse tre rami di lauro e di mirto,
e al Sole eterno li agita.
 
 
Non da Peschiera vedi natanti le schiere de’ cigni
giú per il Mincio argenteo?
 
 
da’ verdi paschi dove Bianore dorme non odi
la voce di Virgilio?
 
 
Volgiti, Lalage, e adora. Un grande severo s’affaccia
a la torre scaligera.
 
 
– Suso in Italia bella – sorridendo ei mormora, e guarda
l’acqua la terra e l’aere.
 
DAVANTI IL CASTEL VECCHIO DI VERONA
 
Tal mormoravi possente e rapido
sotto i romani ponti, o verde Adige,
brillando dal limpido gorgo,
la tua scorrente canzone al sole,
 
 
quando Odoacre dinanzi a l’impeto
di Teodorico cesse, e tra l’erulo
eccidio passavan su i carri
diritte e bionde le donne amàle
 
 
entro la bella Verona, odinici
carmi intonando: raccolta al vescovo
intorno, l’italica plebe
sporgea la croce supplice a’ Goti.
 
 
Tale da i monti di neve rigidi,
ne la diffusa letizia argentea
del placido verno, o fuggente
infaticato, mormori e vai
 
 
sotto il merlato ponte scaligero,
tra nere moli, tra squallidi alberi,
a i colli sereni, a le torri,
onde abbrunate piangon le insegne
 
 
il ritornante giorno funereo
del primo eletto re da l’Italia
francata: tu, Adige, canti
la tua scorrente canzone al sole.
 
 
Anch’io, bel fiume, canto: e il mio cantico
nel picciol verso raccoglie i secoli,
e il cuore al pensiero balzando
segue la strofe che sorge e trema.
 
 
Ma la mia strofe vanirà torbida
ne gli anni: eterno poeta, o Adige,
tu ancor tra le sparse macerie
di questi colli turriti, quando
 
 
su le rovine de la basilica
di Zeno al sole sibili il còlubro,
ancor canterai nel deserto
i tedi insonni de l’infinito.
 
PER LA MORTE DI NAPOLEONE EUGENIO
 
Questo la inconscia zagaglia barbara
prostrò, spegnendo li occhi di fulgida
vita sorrisi da i fantasmi
fluttuanti ne l’azzurro immenso.
 
 
L’altro, di baci sazio in austriache
piume e sognante su l’albe gelide
le dïane e il rullo pugnace,
piegò come pallido giacinto.
 
 
Ambo a le madri lungi; e le morbide
chiome fiorenti di puerizia
pareano aspettare anche il solco
de la materna carezza. In vece
 
 
balzâr ne ‘l buio, giovinette anime,
senza conforti; né de la patria
l’eloquio seguivali al passo
co’ i suon de l’amore e de la gloria.
 
 
Non questo, o fosco figlio d’Ortensia,
non questo avevi promesso al parvolo:
gli pregasti in faccia a Parigi
lontani i fati del re di Roma.
 
 
Vittoria e pace da Sebastopoli
sopían co ‘l rombo de l’ali candide
il piccolo: Europa ammirava:
la Colonna splendea come un faro.
 
 
Ma di decembre, ma di brumaio
cruento è il fango, la nebbia è perfida:
non crescono arbusti a quell’aure,
o dan frutti di cenere e tòsco.
 
 
O solitaria casa d’Aiaccio,
cui verdi e grandi le querce ombreggiano
e i poggi coronan sereni
e davanti le risuona il mare!
 
 
Ivi Letizia, bel nome italico
che omai sventura suona ne i secoli,
fu sposa, fu madre felice,
ahi troppo breve stagione! ed ivi,
 
 
lanciata a i troni l’ultima folgore,
date concordi leggi tra i popoli,
dovevi, o consol, ritrarti
fra il mare e Dio cui tu credevi.
 
 
Domestica ombra Letizia or abita
la vuota casa; non lei di Cesare
il raggio precinse: la còrsa
madre visse fra le tombe e l’are.
 
 
Il suo fatale da gli occhi d’aquila,
le figlie come l’aurora splendide,
frementi speranza i nepoti,
tutti giacquer, tutti a lei lontano.
 
 
Sta ne la notte la còrsa Niobe,
sta sulla porta donde al battesimo
le uscïano i figli, e le braccia
fiera tende su ‘l selvaggio mare:
 
 
e chiama, chiama, se da l’Americhe,
se di Britannia, se da l’arsa Africa
alcun di sua tragica prole
spinto da morte le approdi in seno.
 
A GIUSEPPE GARIBALDI

III NOVEMBRE MDCCCLXXX


 
Il dittatore, solo, a la lugubre
schiera d’avanti, ravvolto e tacito
cavalca: la terra ed il cielo
squallidi, plumbei, freddi intorno.
 
 
Del suo cavallo la pésta udivasi
guazzar nel fango: dietro s’udivano
passi in cadenza, ed i sospiri
de’ petti eroici ne la notte.
 
 
Ma da le zolle di strage livide,
ma da i cespugli di sangue roridi,
dovunque era un povero brano,
o madri italiche, de i cuor vostri,
 
 
saliano fiamme ch’astri parevano,
sorgeano voci ch’inni suonavano:
splendea Roma olimpica in fondo,
correa per l’aëre un peana.
 
 
– Surse in Mentana l’onta de i secoli
dal triste amplesso di Pietro e Cesare:
tu hai, Garibaldi, in Mentana
su Pietro e Cesare posto il piede.
 
 
O d’Aspromonte ribelle splendido,
o di Mentana superbo vindice,
vieni e narra Palermo e Roma
in Capitolïo a Camillo. —
 
 
Tale un’arcana voce di spiriti
correa solenne pe ‘l ciel d’Italia
quel dí che guairono i vili,
botoli timidi de la verga.
 
 
Oggi l’Italia t’adora. Invòcati
la nuova Roma novello Romolo:
tu ascendi, o divino: di morte
lunge i silenzii dal tuo capo.
 
 
Sopra il comune gorgo de l’anime
te rifulgente chiamano i secoli
a le altezze, al puro concilio
de i numi indigeti su la patria.
 
 
Tu ascendi. E Dante dice a Virgilio
«Mai non pensammo a forma piú nobile
d’eroe». Dice Livio, e sorride,
«È de la storïa, o poeti.
 
 
De la civile storia d’Italia
è quest’audacia tenace ligure,
che posa nel giusto, ed a l’alto
mira, e s’irradia ne l’ideale».
 
 
Gloria a te, padre. Nel torvo fremito
spira de l’Etna, spira ne’ turbini
de l’alpe il tuo cor di leone
incontro a’ barbari ed a’ tiranni.
 
 
Splende il soave tuo cor nel cerulo
riso del mare del ciel de i floridi
maggi diffuso su le tombe
su’ marmi memori de gli eroi.
 
SCOGLIO DI QUARTO
 
Breve ne l’onda placida avanzasi
striscia di sassi. Boschi di lauro
frondeggiano dietro spirando
effluvi e murmuri ne la sera.
 
 
Davanti, larga, nitida, candida
splende la luna: l’astro di Venere
sorridele presso e del suo
palpito lucido tinge il cielo.
 
 
Par che da questo nido pacifico
in picciol legno l’uom debba movere
secreto a colloqui d’amore
leni su zefiri, la sua donna
 
 
fisa guatando l’astro di Venere.
Italia, Italia, donna de i secoli,
de’ vati e de’ martiri donna,
inclita vedova dolorosa,
 
 
quindi il tuo fido mosse cercandoti
pe’ mari. Al collo leonino avvoltosi
il puncio, la spada di Roma
alta su l’omero bilanciando,
 
 
stiè Garibaldi. Cheti venivano
a cinque a dieci, poi dileguavano,
drappelli oscuri, ne l’ombra,
i mille vindici del destino,
 
 
come pirati che a preda gissero;
ed a te occulti givano, Italia,
per te mendicando la morte
al cielo, al pelago, a i fratelli.
 
 
Superba ardeva di lumi e cantici
nel mar morenti lontano Genova
al vespro lunare dal suo
arco marmoreo di palagi.
 
 
Oh casa dove presago genio
a Pisacane segnava il transito
fatale, oh dimora onde Aroldo
sití l’eroico Missolungi!
 
 
Una corona di luce olimpica
cinse i fastigi bianchi in quel vespero
del cinque di maggio. Vittoria
fu il sacrificio, o poesia.
 
 
E tu ridevi, stella di Venere,
stella d’Italia, stella di Cesare:
non mai primavera piú sacra
d’animi italici illuminasti,
 
 
da quando ascese tacita il Tevere
d’Enea la prora d’avvenir gravida
e cadde Pallante appo i clivi
che sorger videro l’alta Roma.
 
SALUTO ITALICO
 
Molosso ringhia, o antichi versi italici,
ch’io co ‘l batter del dito seguo o richiamo i numeri
 
 
vostri dispersi, come api che al rauco
suon del percosso rame ronzando si raccolgono.
 
 
Ma voi volate dal mio cuor, com’aquile
giovinette dal nido alpestre a i primi zefiri.
 
 
Volate, e ansiosi interrogate il murmure
che giú per l’alpi giulie, che giú per l’alpi retiche
 
 
da i verdi fondi i fiumi a i venti mandano,
grave d’epici sdegni, fiero di canti eroici.
 
 
Passa come un sospir su ‘l Garda argenteo,
è pianto d’Aquileia su per le solitudini.
 
 
Odono i morti di Bezzecca, e attendono:
«Quando?» grida Bronzetti, fantasma erto fra i nuvoli.
 
 
«Quando?» i vecchi fra sé mesti ripetono,
che un dí con nere chiome l’addio, Trento, ti dissero.
 
 
«Quando?» fremono i giovani che videro
pur ieri da San Giusto ridere Glauco l’Adria.
 
 
Oh al bel mar di Trieste, a i poggi, a gli animi
volate co ‘l nuovo anno, antichi versi italici:
 
 
ne’ rai del sol che San Petronio imporpora
volate di San Giusto sovra i romani ruderi!
 
 
Salutate nel golfo Giustinopoli,
gemma de l’Istria, e il verde porto e il leon di Muggia;
 
 
salutate il divin riso de l’Adria
fin dove Pola i templi ostenta a Roma e a Cesare!
 
 
Poi presso l’urna, ove ancor tra’ due popoli
Winckelmann guarda, araldo de l’arti e de la gloria,
 
 
in faccia a lo stranier, che armato accampasi
su ‘l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!
 
A UNA BOTTIGLIA DI VALTELLINA DEL
 
E tu pendevi tralcio da i retici
balzi odorando florido al murmure
de’ fiumi da l’alpe volgenti
ceruli in fuga spume d’argento,
 
 
quando l’aprile d’itala gloria
da ‘l Po rideva fino a lo Stelvio
e il popol latino si cinse
su l’Austria cingol di cavaliere.
 
 
E tu nel tino bollivi torbido
prigione, quando d’italo spasimo
ottobre fremeva e Chiavenna,
oh Rezia forte!, schierò a Vercea
 
 
sessanta ancora di morte libera
petti assetati: Hainau gli aspri animi
contenne e i cavalli de l’Istro
ispidi in vista dei tre colori.
 
 
Rezia, salute! di padri liberi
figlia ed a nuove glorie più libera!
È bello al bel sole de l’alpi
mescere il nobil tuo vin cantando:
 
 
cantando i canti de i giorni italici,
quando a’ tuoi passi correano i popoli,
splendea tra le nevi la nostra
bandiera sopra l’austriaca fuga.
 
 
A i noti canti lievi ombre sorgono
quei che anelando vittoria caddero?
Sia gloria, o fratelli! Non anche,
l’opra del secol non anche è piena.
 
 
Ma nei vegliardi vige il vostro animo,
il sangue vostro ferve ne i giovani:
o Italia, daremo il altre alpi
inclita a i venti la tua bandiera.
 
MIRAMAR
 
O Miramare, a le tue bianche torri
attedïate per lo ciel piovorno
fosche con volo di sinistri augelli
vengon le nubi.
 
 
O Miramare, contro i tuoi graniti
grige dal torvo pelago salendo
con un rimbrotto d’anime crucciose
battono l’onde.
 
 
Meste ne l’ombra de le nubi a’ golfi
stanno guardando le città turrite,
Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo
gemme del mare;
 
 
e tutte il mare spinge le mugghianti
collere a questo bastïon di scogli
onde t’affacci a le due viste d’Adria,
rocca d’Absburgo;
 
 
e tona il cielo a Nabresina lungo
la ferrugigna costa, e di baleni
Trieste in fondo coronata il capo
leva tra’ nembi.
 
 
Deh come tutto sorridea quel dolce
mattin d’aprile, quando usciva il biondo
imperatore, con la bella donna,
a navigare!
 
 
A lui dal volto placida raggiava
la maschia possa de l’impero: l’occhio
de la sua donna cerulo e superbo
iva su ‘l mare.
 
 
Addio, castello pe’ felici giorni
nido d’amore costruito in vano!
Altra su gli ermi oceani rapisce
aura gli sposi.
 
 
Lascian le sale con accesa speme
istorïate di trionfi e incise
di sapïenza. Dante e Goethe al sire
parlano in vano
 
 
de le animose tavole: una sfinge
l’attrae con vista mobile su l’onde:
ei cede, e lascia aperto a mezzo il libro
del romanziero.
 
 
Oh non d’amore e d’avventura il canto
fia che l’accolga e suono di chitarre
là ne la Spagna de gli Aztechi! Quale
lunga su l’aure
 
 
vien da la trista punta di Salvore
nenia tra ‘l roco piangere de’ flutti?
Cantano i morti veneti o le vecchie
fate istriane?
 
 
– Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro,
figlio d’Absburgo, la fatal Novara.
Teco l’Erinni sale oscura e al vento
apre la vela.
 
 
Vedi la sfinge tramutar sembiante
a te d’avanti perfida arretrando!
È il viso bianco di Giovanna pazza
contro tua moglie.
 
 
È il teschio mózzo contro te ghignante
d’Antonïetta. Con i putridi occhi
in te fermati è l’irta faccia gialla
di Montezuma.
 
 
Tra boschi immani d’agavi non mai
mobili ad aura di benigno vento,
sta ne la sua piramide, vampante
livide fiamme
 
 
per la tenèbra tropicale, il dio
Huitzilopotli, che il tuo sangue fiuta,
e navigando il pelago co ‘l guardo
ulula – Vieni.
 
 
Quant’è che aspetto! La ferocia bianca
strussemi il regno ed i miei templi infranse;
vieni, devota vittima, o nepote
di Carlo quinto.
 
 
Non io gl’infami avoli tuoi di tabe
marcenti o arsi di regal furore;
te io voleva, io colgo te, rinato
fiore d’Absburgo;
 
 
e a la grand’alma di Guatimozino
regnante sotto il padiglion del sole
ti mando inferia, o puro, o forte, o bello
Massimiliano. —
 

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