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Текст книги "La perla sanguinosa"


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Автор книги: Emilio Salgari


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11. I prigionieri

Solo quando si videro rinchiusi e ben guardati al di fuori, poiché potevano scorgere attraverso le fessure delle pareti parecchi isolani disposti intorno alla capanna, i tre forzati cominciarono a considerare sotto il suo vero aspetto quell’avventura a cui prima non avevano annesso grande importanza.

Quantunque fossero sicuri che la vedova non avrebbe spinto le cose fino a sacrificarli in onore del defunto, essendo i nicobaresi piuttosto rispettosi verso gli stranieri e soprattutto verso gli europei, quell’inaspettata prigionia li preoccupava. Ciò che soprattutto li spaventava era sempre l’arrivo del Nizam, che non poteva forse tardare.

Se quella nave, come era da supporre, gettava le àncore nella baia dei Saoni prima di continuare le sue ricerche verso il sud, essi correvano il pericolo di venire catturati e ricondotti al penitenziario da cui erano fuggiti con tanti rischi.

La notizia dello sbarco d’un uomo bianco doveva ormai essersi sparsa nelle borgate della vedova e non era improbabile che il comandante del Nizam ne venisse avvertito.

«Non credevo che la finisse così, – disse il quartiermastro, che girava e rigirava intorno alla capanna come un leone in gabbia. – Ecco una buona azione che avrebbe dovuto venir ricompensata ben diversamente.»

«Signor Will, – disse Palicur, che non era meno furioso. – Lasciate che con un colpo di spalla rovesci queste pareti, e scappiamo.»

«Senz›armi? – disse Jody. – Questi isolani non ci lascerebbero andare senza contrastarci il passo. E poi troveremo ancora la nostra scialuppa nella piccola cala? È impossibile che non sia stata scoperta e rimorchiata alla baia dei Saoni.»

«Dove essa ci tradirà! – esclamò Will stringendo i pugni. – Se il comandante del Nizam la vede, imporrà, magari coi cannoni, a codesti dannati selvaggi di consegnarci a lui.»

«Che cosa vorrà da noi quella vedovella? – chiese Jody. – Sarei curioso di saperlo.»

«Non credo che osi alzare le mani su di noi, – rispose il quartiermastro, – tuttavia desidererei trovarmi lontano da qui.»

«Abbiamo commesso una sciocchezza ad accogliere nel nostro accampamento quei due schiavi, signor Will,» disse il pescatore di perle.

«Qualunque europeo avrebbe fatto altrettanto, – rispose il marinaio. – D›altronde ormai è troppo tardi per pentircene e dobbiamo pensare invece a cavarci da questo imbroglio. L’alba sta per sorgere, quindi fra poco si faranno i funerali al capo. Se poi la vedova si opporrà alla nostra partenza, daremo battaglia, magari a pugni ed a calci.»

«Zitto,» disse Palicur in quel momento.

Alcuni isolani si erano radunati dinanzi alla porta della capanna e parevano occupati a togliere i tronchi d’albero che la barricavano esternamente.

«Stanno per cominciare i funerali, – disse Jody, accostatosi ad una fessura che gli permetteva di scorgere la piazza. – Vedo la popolazione lasciare i falò e avviarsi verso una grande capanna.»

In quell’istante la porta si aprì e quattro guerrieri, armati di vecchi moschettoni a pietra, lasciati probabilmente loro un secolo prima dai coloni danesi od austriaci, entrarono, invitando i forzati a seguirli.

«Dove volete condurci?» chiese Will.

«Dalla vedova di Kanai-Tur, – rispose uno di loro. – I funerali stanno per cominciare.»

Non desiderando inasprire quella donna che pareva esercitasse un potere assoluto su gran parte degl’isolani, essi seguirono la scorta.

La piazza era gremita di popolo silenzioso, raccolto intorno ad una montagna di tronchi d’albero, sulla cui cima si scorgeva una specie di palanchino coperto da una tenda di seta. Doveva quella essere la pira funebre, poiché i nicobaresi sogliono bruciare i loro morti al pari degl’indiani della grande penisola indiana.

I tre forzati furono condotti nella casa della vedova, una bella e vasta abitazione che sorgeva all’estremità della piazza, col tetto a punta, simile a quello dei bungalow indiani, e una spaziosa veranda che le correva intorno, protetta dai raggi solari da belle stuoie variopinte e fiancheggiata, lateralmente, da splendidi alberi del cocco.

La vedova stava seduta sulla veranda, assieme a due vecchie nicobaresi, probabilmente due dame d’onore. Tutte e tre indossavano delle lunghe camicie bianche di guipure indiana e non avevano indosso alcun ornamento.

Will, che ci teneva a mostrarsi deferente verso la potente donna, la quale poteva giocare a tutti e tre qualche brutto tiro, le baciò la mano che ella gli porgeva, ciò che sembrò fare molto piacere alla vedova, la quale pareva si fosse già consolata della sventura toccatale, a giudicare dalla placida serenità del suo viso. I tre forzati furono fatti sedere su delle comode sedie di bambù; fu messo però dietro a ciascun un guerriero armato di moschetto. Poi la vedovella fece un segno con una pezzuola bianca che teneva in mano. Tosto urla acutissime s’alzarono nella folla che gremiva la piazza, accompagnate da un fracasso spaventevole prodotto da un paio di dozzine di gong e da certi tamburoni d’argilla coperti alle due estremità di pelli.

Quasi nel medesimo istante alcuni uomini muniti di torce diedero fuoco alla pira, che doveva essere stata innaffiata abbondantemente di materie resinose, mentre altri gettavano in mezzo ai tronchi fiammeggianti dei cadaveri, gli schiavi sacrificati in onore del capo, che dovevano scortarlo nel viaggio per l’altro mondo.

Mentre le vampe si levavano altissime, avvolgendo la salma del capo che era stata collocata sulla cima della pira, la folla intrecciava danze, cantando e urlando a squarciagola.

Uomini e donne pareva fossero diventati, d’un tratto, pazzi. Saltavano come belve feroci, poi si rotolavano al suolo sollevando nubi di polvere, si graffiavano il viso rigandolo di sangue e si strappavano manate di capelli, mentre altri si precipitavano fra i nembi di scintille che cadevano dalla pira, bruciacchiandosi il dorso e le braccia.

Solamente la vedova e le sue due dame conservavano una calma olimpica, senza manifestare alcun dolore. Chiacchieravano pacificamente fra di loro, succhiando di quando in quando dei pezzi di canne da zucchero, come se la cerimonia funebre non le riguardasse.

«Si direbbe che non vi fosse troppo buon sangue fra i coniugi, – disse Jody. – Che il reale marito bastonasse troppo sovente la sua cara metà?»

«Il fatto è che la vedova non mi pare affatto commossa, – rispose il quartiermastro. – Mentre il popolo si graffia il naso e si strappa i capelli, queste donne si addolciscono la bocca colle canne da zucchero.».

«Chissà che dopo non si mostrino più dolci anche verso di noi e non ci lascino andare per i nostri affari.»

«Vorrei sperarlo, Jody, – rispose Will. – Suppongo che la vedova non avrà intenzione di tenerci come schiavi.»

«Ti viene un sospetto, signor Will.»

«Quale?»

Da qualche po’ noto che la vedova; mentre chiacchiera colle due dame, continua a sbirciarvi in certo modo…»

«E che cosa vorresti concludere?…»

Uri fracasso spaventevole, che strappò alla folla delle urla ancora più spaventevoli, impedì al quartiermastro d’udire la risposta del macchinista. La pira era crollata trascinando seco la salma, ormai quasi incenerita, ed una vera pioggia di fuoco si era rovesciata sulla piazza, facendo scappare danzatori e danzatrici.

Per alcuni istanti una immensa nuvola di fumo avvolse ogni cosa, poi quando, a poco a poco, si fu dileguata, apparve un caos di tronchi d’albero semi-combusti che fiammeggiavano ancora intensamente.

La vedova si alzò, dicendo ai tre prigionieri:

«La cerimonia funebre è finita: gradireste qualche cosa?»

«Vuoterei volentieri un bicchiere, magari mezzo caratello di birra, – rispose il quartiermastro. – Sono mezzo arrostito.»

«Non so che cosa sia, – rispose la vedova, sorridendo cortesemente. – Posso darvi da bere qualche cosa d’altro. Seguitemi tutti e tre»

Lasciarono la veranda dove giungeva intenso il calore proiettato da tutti quei tronchi crepitanti, ed entrarono in una bella sala, con ampie finestre semi-ovali difese da stuoie di cocco, ed ammobiliata con un certo gusto, con divani, sedie e tavoli di manifattura indiana.

La vedova, che si mostrava amabilissima ora, fece portare da uno dei suoi schiavi un gran vaso laccato e fiorato ed empì parecchie tazze d’un liquido biancastro, invitando i prigionieri a bere. Era una specie di vino di palma, assai gustoso, un po’ piccante, molto atto a spegnere la sete. Fece in seguito portare certi pasticcini dolci, coperti di sciroppo di canna da zucchero, e colle proprie mani ne offrì al quartiermastro, mentre le due vecchie dame facevano altrettanto con Palicur e con Jody.

«Ed ora, signora, – disse Will, quand›ebbe vuotato un paio di tazze, – spero che ci lascerete continuare il nostro viaggio; dobbiamo recarci molto lontano da qui.»

«Dove siete diretti?» chiese la vedova.

«A Ceylon, signora.»

«Ho udito parlare vagamente di quella terra. Che cosa andate a fare colà?»

«Abbiamo degli affari coi pescatori di perle dello stretto di Manaar.»

«E perché non vi fermate qui? La mia isola è bella, io sono ricchissima e comando la meta della popolazione e vi offrirei delle belle case, delle piantagioni e degli schiavi, mentre voi vi occupereste dell’istruzione del mio esercito. Io so che gli uomini bianchi e anche gl’indiani sono famosi guerrieri.»

«È impossibile, signora, – disse il quartiermastro con voce ferma. – I nostri affari sono troppo gravi perché possiamo fermarci qui.»

La vedova aggrottò la fronte fissando il marinaio coi suoi begli occhi nerissimi, poi disse con voce brusca:

«E se v›impedissi di partire? La vostra scialuppa è già nelle mie mani.»

«Voi non avete il diritto di trattenerci qui, – ribatté vivamente il quartiermastro. – Noi siamo uomini liberi ed i nostri compatrioti potrebbero farvi pagare ben caro questo vostro capriccio.»

«E chi li avvertirebbe?» chiese la vedova ironicamente.

«In qualche modo si potrebbe far loro sapere che noi siamo qui prigionieri.»

«Io non vi ho ancora detto che vi terrò qui come prigionieri, – disse la vedova. – Anzi vi accordo libertà ed onori.»

«Non sappiamo che farne degli onori.»

«Vedremo se rifiuterete quello che vi offrirò.»

«Vi ripeto che vogliamo andarcene.»

«Ah!… È così?»

In quel momento entrò uno schiavo; dicendo:

«I ministri.»

Quattro vecchi indigeni, vestiti di bianco come la vedova e che portavano in mano dei lunghi bastoni col grosso pomo d’argento, simili a quelli dei capi musica, bastoni di comando senza dubbio, entrarono facendo dei profondi inchini.

«Ora che Kanai-Tur, il gran capo, è partito pel regno delle tenebre, – disse quello che pareva il più vecchio, – la popolazione chiede che tu, principessa, prenda senza indugio un altro marito. Hai pensato alla scelta?»

«Sì, – rispose la vedova, alzandosi vivamente. – Io darò al mio popolo un uomo valoroso, che renderà indubbiamente la nazione felice, perché discende da una delle razze più intelligenti che esistano.»

«Chi è costui?» chiesero ad una voce i ministri.

«Eccolo, – rispose la vedova, puntando l›indice verso il quartiermastro. – Questo sarà il nuovo capo dell’isola e mio marito.»

«Patatrac!» esclamò Jody, mentre Will balzava in piedi furente e Palicur diventava smorto.

«Sì, questi sarà mio marito,» ripeté la vedova.

«Signora, – gridò il quartiermastro che usciva dai gangheri. – Io non intendo di sposare che una donna del mio paese, che sia bianca come me.»

«Qui io sola comando ed ogni mio desiderio è volontà, – disse la vedova, con voce sibilante. – Voi diverrete mio marito.»

«Rifiuto recisamente, signora.»

«Vi lascio mezz’ora di tempo per decidervi. Voi andate ad annunciare al popolo che io ho scelto per mio sposo l’uomo bianco.»

Ciò detto, la vedova uscì, seguita dalle dame e dai ministri, lasciando soli i tre forzati, più che mai stupiti e più che mai furibondi per quell’inaspettata tegola che cadeva loro sul capo.

12. Il fidanzato di Naja

Jody, che era il più faceto dei tre e che d’altronde non aveva alcun interesse d’andare o no a Ceylon, ruppe l’imbarazzante silenzio dei suoi compagni con uno scoppio di risa così clamoroso, da far accorrere i tre guerrieri che vegliavano sulla veranda.

«Oh! Signor Will! – esclamò, tenendosi le costole. – Siete nato colla fortuna in tasca voi? Scappare dal bagno per diventare cinquanta ore dopo principe di Karnicobar!»

«E tu ridi, briccone!» gridò il quartiermastro, che era tutt’altro che lieto di quella fortuna piovutagli addosso.

«Come! – esclamò il mulatto, fingendosi indignato. – Vi si offre una bella vedova con due splendidi occhi, giovane ancora, ed un regno: e vi arrabbiate? Siete ben esigenti voi, uomini bianchi.»

«È la prigionia che mi offre, – disse Will, – e siccome non ho alcun desiderio di piantar cavoli su quest›isola né di formare una famiglia color caffè e latte, rifiuto il regno e anche quella strega. Ho promesso di aiutare Palicur e manterrò la parola.»

«Udiamo, signor Will, – disse il malabaro, che era il più preoccupato e il più interessato a lasciare al più presto quell›isola. – Credete che quella donna, se vi rifiuterete di piegarvi al suo desiderio, sia capace di lasciarsi trasportare a qualche atto di violenza contro di noi?»

«Mi pare che non sia capace di scherzare, – rispose Will. – È prepotente e, quello che è peggio, obbedita da tutti. Ci darà dei gravi imbarazzi e ci esporrà al pericolo di venire ripresi.»

«E quello è il maggiore, – disse Jody. – Mi ero scordato del Nizam

«Che cosa intendete fare dunque, signor Will?» chiese Palicur.

«Non trovo altra alternativa che quella di cedere per ora, ed aspettare il momento buono per andarcene.»

«E avvertirla che noi siamo ricercati e che se vuole conservare il nuovo marito, deve impedire ai suoi sudditi di comunicare col Nizam,» aggiunse Jody.

«Sì, – disse Will, – dobbiamo cercare di guadagnare tempo. Rimanderò il matrimonio al più tardi possibile.»

«Se acconsentirà, – disse il mulatto. – Avrà fretta di diventare la moglie d’un uomo bianco, signor Will. Che onore per lei! Della pelle bianca!»

«Tu mi hai l›aria di prendermi a gabbo, Jody.»

«Niente affatto, signor Will, sono anzi invidioso della vostra fortuna.»

«Prendila tu, dunque. Ti cedo volentieri la vedova e il potere.»

«Disgraziatamente la mia pelle è color zafferano.»

In quell’istante la porta si aprì e la vedova riapparve assieme alle due dame, ai quattro ministri e a sette od otto guerrieri armati fino ai denti, probabilmente i pezzi grossi dell’armata nicobariana.

«La palla di rame è affondata or ora() – diss’ella, guardando Will con un gesto di sfida. – Che cosa avete deciso? Il mio popolo aspetta la vostra risposta con impazienza.»

«E se avessi pensato di rifiutare?» chiese il quartiermastro con voce pacata.

«In tal caso non avrei che da fare un cenno a questi guerrieri e questa sera i pescicani della baia dei Saoni non mancherebbero della cena.»

«Costei è un demonio che non vorrei nemmeno io per sposa, – mormorò Jody. – Al primo litigio domestico mi farebbe gettare nelle gole delle zigaene.»

«Orsù,» gridò la vedova battendo i piedi con impazienza.

«Cedo alla vostra volontà, – rispose il marinaio, – a condizioni che il nostro matrimonio abbia luogo la notte della luna nuova, tali essendo i costumi del mio paese.»

«Sia, – rispose la vedova. – In questi sei giorni voi ed i vostri compagni sarete però strettamente vigilati, onde impedirvi di fuggire. Vi avverto d›altronde che la vostra scialuppa, per togliervi ogni speranza di lasciare l’isola, è stata affondata nella baia dei Saoni.»

Will trattenne a stento una imprecazione. Jody masticò quattro moccoli all’indirizzo della principessa e Palicur fu lì lì per prendere a pugni e a calci ministri e guerrieri.

«Avete commesso una corbelleria, signora. Quella scialuppa, fornita d›una macchina a vapore che le imprimeva una grande rapidità, sarebbe stata di grande aiuto e di un notevole rinforzo per la nostra flotta.»

«Ne faremo a meno, – rispose la vedova. – Avete altro da aggiungere?»

«Sì, un›altra cosa, – disse Will. – Se volete che io rimanga qui, date ordine ai vostri sudditi, specialmente a quelli che abitano i dintorni della baia dei Saoni, di far rispondere alla nave che questa sera o domani approderà colà, che nessuno straniero è qui sbarcato da molto tempo. Se sapessero, quei marinai, che noi ci troviamo qui, verrebbero a liberarci.»

La vedova lo guardò con stupore.

«Una nave deve venire a prendervi?» esclamò.

«Sì,» rispose Will.

«Ha molti marinai?» chiese la donna, che era diventata estremamente inquieta.

«E anche dei cannoni.»

«E non vi lascerete liberare da costoro?»

«No, voglio rimanere qui, mi sono ormai deciso. Badate però che nessuna parola sfugga ai vostri sudditi o quei marinai non lasceranno quest’isola senza di me, dovessero impiegare la forza contro di voi.»

«Questo Will è un vero maestro di furberia, – mormorò Jody. – Salva capra e cavoli e ci mette tutti al sicuro»

«Ero certa che voi avreste acconsentito ad accettare la mia proposta, – disse la vedova con voce giuliva. – Venite: il nostro popolo, radunato sulla piazza, vi aspetta per acclamarvi.»

«Perdonate, principessa, – disse Jody, facendosi innanzi ed inchinandosi profondamente. – E di me e del mio compagno che cosa farete? Noi ignoriamo ancora la nostra sorte e supponiamo che non ci serberete per far cenare gli squali della baia.»

«Penserà l›uomo bianco a darvi qualche carica elevata.»

«L›indiano è un bravo uomo di mare,» disse Will.

«Lo nomineremo capo della nostra flotta,» rispose la vedova.

«E questo, – continuò il quartiermastro imperturbabile, indicando Jody, – nel suo paese gode fama di essere un famoso guerriero.»

«Sarà il comandante supremo del nostro esercito. Venite, uomo bianco; il nostro buon popolo sarà lieto di vedervi al mio fianco.»

Prese per una mano Will e lo condusse sulla veranda, seguita dalle dame, dai ministri e dai guerrieri. Jody non entrava, almeno pel momento, in quegli onori e preferì tenersi vicino al vaso contenente quell’eccellente liquore, insieme a Palicur.

«Alla salute del mio collega, ministro della marina e grande ammiraglio,» disse con comica gravità, vuotando tre o quattro tazze una dietro l›altra.

«Ed alla salute del mio collega, ministro della guerra,» rispose il malabaro, sforzandosi di sorridere.

«Che magnifica idea avrei io se quelle dame fossero più giovani,» disse il macchinista.

«Di sposarle noi?»

«Devono essere due pezzi grossi dell›aristocrazia nicobariana, mio caro Palicur. Peccato che non abbiano vent›anni di meno.»

«Te le lascio volentieri tutte e due, – rispose il pescatore di perle. – Il mio cuore, tu lo sai, non batte che per Juga.»

Si passò una mano sulla fronte come per cacciare lontano da sé un pensiero importuno e sospirò a lungo.

«No, – disse poi, – dovesse costarmi la vita, io non rimarrò qui. Il mare non fa paura ai pescatori di perle.»

Vuotò d’un fiato la tazza che Jody gli aveva colmato, mentre al di fuori la folla, che pareva fosse diventata delirante, acclamava Will e la vedova; con un fracasso tale da far tremare perfino le pareti della casa.

Quando i fidanzati rientrarono nella stanza, entrambi erano sorridenti e parevano felicissimi. Il quartiermastro aveva spinto la sua galanteria fino ad offrire il braccio alla principessa.

«Che volpone! – mormorò Jody. – Se sapesse, la vedovella, che anche in questo momento egli sta pensando al modo migliore per piantarla prima delle nozze!»

I tre forzati s’intrattennero colle tre donne, i ministri ed i capi dell’armata fin dopo il tramonto, essendo stato loro offerto un succolento pranzo; quindi, quando tutti gli abitanti, che non dovevano avere più fiato in corpo non avendo mai cessato di urlare sotto la veranda, se ne furono andati, vennero condotti in una delle abitazioni della principessa, una bella casa poco dissimile da quella abitata dal defunto capo, con veranda e ampie tettoie ai due lati, che si trovava all’opposta estremità del villaggio.

Una scorta di venti guerrieri, armati per la maggior parte di moschettoni danesi, li accompagnò, prendendo poi posto nelle vicine tettoie onde sorvegliarli.

«Ebbene, signor Will, – chiese il macchinista, quando furono finalmente soli. – Durerà molto questa commedia?»

«Il meno possibile, miei cari amici, – rispose il quartiermastro. – Spero che prima del giorno fissato pel mio matrimonio noi saremo ben lontani di qui.»

«Sarà possibile andarcene colla scorta che ci ha appiccicato ai fianchi quella furba?»

«Non dico già di spiccare il volo questa notte, – disse il marinaio. – Fra qualche giorno la mia cara fidanzata sarà convinta che io non ho alcun desiderio di lasciarla. Lasciate a me la cura di conquistare interamente la sua fiducia.»

«Otto giorni sono pochi, signor Will,» disse Palicur.

«In una settimana si possono far molte cose, mio bravo malabaro. Tu intanto domani chiederai di andare alla baia dei Saoni per vedere la tua flotta, prima di assumere il comando.»

«Ed io chiederò di passare in rivista il mio esercito,» aggiunse Jody, ridendo a crepapelle.

«È la marina che ci deve interessare, – disse il quartiermastro. – Naja mi… ha detto…»

«Chi è questa Naja?» chiese Jody.

«Diamine! la mia fidanzata.»

«Che porta il nome d›un rettile! Ah, signor Will! Non lasciatevi cogliere fra le spire d›un serpente! Quella donna deve avere anche il cuore d›un naja nero.»

«Infatti, mentre la folla ci acclamava, ho udito uno dei ministri esprimere ad un altro il timore che potesse toccare anche a me la sorte che mandò all’altro mondo il secondo marito.»

«Come! Voi sareste il terzo!»

«Così parrebbe, rispose Will.

«Che abbia avvelenato gli altri due? – chiese Palicur. – Da una donna che si chiama Naja non c’è da attendersi altro. Sono terribilmente velenosi quei rettili e non si conosce alcun antidoto contro i loro morsi. In guardia, signor Will!»

«Non le lascerò il tempo di filtrare il veleno che mi dovrà spedire all’altro mondo a tener compagnia ai suoi due primi mariti, – rispose il quartiermastro. – Alzeremo i tacchi prima e perciò è necessario che tu, Palicur, ti assicuri innanzi tutto dello stato della flottiglia nicobariana. Ora che non abbiamo più la scialuppa, dovremo scegliere il miglior legno della squadra per tentare la traversata.»

«Me ne occuperò, – rispose il malabaro. – Conosco i legni di questi isolani.»

«Che saranno certamente pessimi,» disse Jody.

«Non quanto tu credi. Sanno lavorare bene le loro barche i nicobariani, quantunque siano tutte di piccole dimensioni.»

«E quando scapperemo?»

«La sera del mio matrimonio, mio caro Jody, – disse Will. – Prima di allora sarebbe impossibile, colla scorta che terrà bene aperti gli occhi su di noi. Ho già preparato il mio progetto e sono certo che riuscirà pienamente. Prima grandi feste, e poi ubriacatura generale della popolazione, ritirata colle fiaccole, silenzio assoluto, tutti chiusi nelle loro case con pena di morte pei trasgressori del mio ordine, poi fuga…»

«Salutata con colpi di cannone!» gridò Jody che aveva fatto un salto.

Una fortissima detonazione, che fece tremare le pareti della casa, era echeggiata in quel momento verso la baia dei Saoni, propagandosi sotto le foreste che circondavano il villaggio.

«Il Nizam!» esclamarono il quartiermastro e Palicur, precipitandosi verso la veranda.

«Che saluta il vostro fidanzamento, signor Will,» disse Jody.

Quel rimbombo improvviso, da tutti udito, poiché il villaggio della principessa sorgeva a qualche chilometro dalla baia dei Saoni, aveva fatto uscire tutti gli abitanti dalle loro capanne ed accorrere i capi militari verso la dimora di Naja.

«Sì, non può essere che il Nizam, – disse il quartiermastro, che era in preda ad una certa emozione. – È necessario spedire immediatamente dei messi agli abitanti della spiaggia onde non avvertano il comandante della presenza d’un uomo bianco. Una parola che sfugga loro e noi siamo perduti.»

«Se ci prendono ci ricondurranno al penitenziario,» disse Palicur. Stavano per chiamare i guerrieri della scorta, quando giunse trafelato uno dei ministri della principessa.

«Signor uomo bianco, – disse, precipitandosi sulla veranda dove si trovavano i tre forzati. – Avete udito il cannone?»

«Sì,» rispose il quartiermastro, tentando di padroneggiare le sue inquietudini.

«La principessa mi manda a chiedervi se quella è la nave che dovrebbe condurvi via.»

«Sì, – rispose Will, – e fate avvertire tutti i costieri che neghino l›arrivo in quest›isola di un uomo bianco, accompagnato da un indiano e da un mulatto, altrimenti verranno a portarci via.»

«Spediremo immediatamente dei corrieri.»

«Non tardate un solo minuto.»

Il ministro partì correndo, mentre sulla piazza si radunavano prontamente parecchi drappelli di guerrieri, per timore di qualche invasione da parte dell’equipaggio della nave.

Dopo quel primo colpo di cannone non si era udito più alcun altro sparo. Era però probabile che già qualche scialuppa avesse approdato a qualche villaggio della costa per interrogare gli abitanti, ed era quel pericolo che preoccupava vivamente i tre forzati. Se i corrieri giungevano troppo tardi, non era impossibile che qualcuno che avesse assistito ai funerali del capo si fosse lasciato sfuggire qualche parola sull’arrivo degli stranieri ed anche sull’affondamento della scialuppa a vapore.

Parecchi giovani guerrieri, scelti fra i più agili, avevano subito lasciato il villaggio, prendendo parecchie direzioni per portare gli ordini della vedova. Sarebbero giunti in tempo? Ecco il quesito difficile che turbava soprattutto l’animo del quartiermastro.

Riuniti sulla veranda, i tre disgraziati attendevano, in preda a vera angoscia, il ritorno di qualcuno dei corrieri che li rassicurasse.

Era trascorsa una mezz’ora fra ansie indicibili pei fuggiaschi, quando videro giungere precipitosamente il ministro di prima, accompagnato da alcuni guerrieri con rami resinosi che fungevano, bene o male, da torce.

«Venite subito con noi, – disse, precipitandosi verso Will. – I nostri corrieri sono giunti troppo tardi ed una squadra di soldati bianchi marcia verso il villaggio.»

«Siete degli stupidi! – urlò Will. – Voi ci avete perduti!»

Il ministro fece un gesto di stupore.

«Ma non sono vostri marinai costoro?» chiese.

«Sì, dei marinai che ci porteranno a forza sulla nave e vi priveranno del vostro nuovo capo!»

«Noi siamo decisi a non consegnarvi. Tutti i guerrieri sono in armi.»

«Avete dei cannoni da poter opporre a quelli della nave?»

«Non abbiamo mai avuto di quelle bestie così grosse.»

«Allora non potete resistere. Il meglio che potete fare è quello di nasconderci.»

«Naja mi aveva mandato qui precisamente per questo, – disse il ministro. – Vi nasconderemo nell’asilo delle galline che producono la seta. Gli uomini bianchi non oseranno andarvi a cercare colà.»

«Conducici magari in una caverna marina, poco importa, purché i marinai di quella nave non ci trovino, – disse Will, – e soprattutto non perdiamo tempo.»

«Seguitemi.»

I tre forzati lasciarono la casa, accompagnati dal ministro e dalla sua corte.

Attraversarono di corsa il villaggio e si cacciarono nella foresta, fermandosi poco dopo dinanzi ad una barocca costruzione che ricordava un po’ le antiche pagode cingalesi e birmane, in forma d’un mezzo uovo, di proporzioni colossali, sormontata verso la cima da un’asta dorata con dei gruppi di campanelluzzi.

Il ministro con una enorme chiave aprì una massiccia porta di legno di tek, così grossa da sfidare le palle d’un cannone di medio calibro, ed introdusse i forzati in una stanza sotterranea, umidissima, consegnando loro dei rami d’albero assai frondosi che aveva tolti da un angolo.

«Tenete questi,» disse.

«A che cosa potranno servirci?» chiese il quartiermastro.

«A tenere lontano i bis-cobra ed i centopiedi. Solo l’odore che tramandano queste foglie impedirà loro di mordervi le gambe. Guardate!»

Il ministro alzò la torcia che teneva in mano e allo sprazzo di luce che illuminò l’umido suolo, i tre forzati videro fuggire, con orrore, una vera legione di grosse lucertole, irte di punte, che mostravano dalle bocche aperte le loro lingue divise all’estremità in due dardi cornei, acutissimi, i quali servono a quei brutti rettili per inoculare un veleno potentissimo.

«I bis-cobra! – esclamò Will, facendo un balzo indietro. – Perché tenete qui riunite tutte quelle orribili e velenose lucertole?»

«Per impedire che i ladri rubino le galline che vomitano le lingue azzurre, le quali appartengono esclusivamente alla nostra sovrana.»

«Delle galline che vomitano delle lingue azzurre! – mormorò Jody. – Che frottola ci racconta quest›uomo?»

«Avanti,» disse il ministro, facendo ondeggiare a destra e a sinistra il suo ramoscello.

I bis-cobra, forse perché non potevano sopportare l’odore mandato dalle foglie, fuggivano precipitosamente verso gli angoli più oscuri della sala sotterranea, lasciando il passo libero.

Attraversata la stanza, il ministro aprì una seconda porta e fece entrare i forzati in una sala circolare, che doveva di giorno ricevere luce da un foro aperto sulla cima di quell’enorme cupola, una specie di condotto strettissimo, perfettamente liscio. Tutto all’intorno vi era un gran numero di gabbie di bambù dove si vedevano agitarsi dei volatili grossi come le galline ordinarie.

«Ecco un asilo sicuro, – disse il ministro. – I marinai non oseranno attraversare la stanza occupata dai bis-cobra

Fece deporre a terra due grossi panieri che un guerriero aveva portato, aggiungendo:

«Qui troverete quanto vi sarà necessario. Vivete tranquilli; appena la nave sarà salpata, verrò a prendervi.»

«Ci lasciate in bella compagnia, – disse Jody. – Siamo diventati dei polli anche noi?»

Il ministro aveva già richiuso la porta, dopo aver fatto piantare nei crepacci del suolo alcune torce, e se n’era andato colla sua scorta.


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