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Текст книги "La perla sanguinosa"


  • Текст добавлен: 28 августа 2016, 01:02


Автор книги: Emilio Salgari


Жанр: Зарубежная старинная литература, Зарубежная литература


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L’irlandese pronunciò alcune parole, mentre il Guercio si poneva al timone; poi la scialuppa, che aveva i fuochi accesi, attraversò il fiume, cacciandosi sotto la riva opposta coperta da immensi alberi che s’incurvavano sulle acque.

«A piccolo vapore, – comandò l›irlandese, volgendosi verso i due cingalesi che erano di servizio alla macchina. – Vi sono degli uomini che vegliano dall›altra parte del fiume.»

La scialuppa saliva il fiume lentamente, facendo girare dolcemente l’elica; d’altronde la corrente, frangendosi contro la barra, produceva un tal fragore da coprire le pulsazioni della macchina, mentre l’ombra proiettata dagli alberi nascondeva il fumo che sfuggiva dalla ciminiera. L’irlandese, seduto a prora, con un fucile fra le mani, spiava attentamente la riva opposta.

Ben presto scorse la luce dell’accampamento.

«Peccato non poterli sorprendere, – mormorò. – Tutto sarebbe finito e risparmierei questo viaggio. Questo furbo di cingalese approfitta troppo della mia dabbenaggine. E nondimeno, senza il suo aiuto, chissà se sarei riuscito a ritrovarli.»

Si era alzato cercando di scoprire Jody, quando una voce si alzò dalla direzione dell’accampamento:

«Chi vive?»

«Ferma la macchina,» comandò precipitosamente l’irlandese.

La scialuppa si arrestò istantaneamente. Per fortuna in quel luogo le piante erano altissime e spingevano i loro poderosi rami fino quasi in mezzo al fiume, rendendo i quattro uomini invisibili anche agli sguardi più acuti. Era quindi impossibile che Jody avesse potuto scorgere l’imbarcazione. Doveva invece essere stato allarmato dal brontolio della macchina.

Successe un breve silenzio, poi la voce del mulatto si fece ancora udire: «Siete voi, Moselpati?»

«Nessuno risponda,» disse l›irlandese, che si era coricato dietro il bordo.

«Se potessi fucilarlo, – mormorò il Guercio. – È stato lui a gettarmi in acqua e vorrei saldargli il conto.»

«Quell’uomo appartiene a me, o meglio al bagno di Port-Cornwallis, – rispose il sorvegliante. – Tu non hai più alcun diritto su di lui.»

Per la seconda volta il mulatto chiese:

«Sei tu, Moselpati?»

Poi, non udendo alcuna risposta, lo si vide scendere l’erta riva aggrappandosi ai cespugli e arrestarsi fra le erbe acquatiche.

Rimase colà qualche minuto, cercando di indovinare la causa di quel rumore sospetto, poi risalì la ripa e scomparve in mezzo alle piante.

«Se n›è andato,» sussurrò il sorvegliante, curvandosi verso il Guercio.

«Ripartiamo?»

«Aspettiamo un po›. Lasciamogli il tempo di tornare all›accampamento.»

«Avete udito che attendono quel cane di mandah?» chiese il Guercio, digrignando i denti.

«Era facile indovinarlo.»

Rimasero fermi dieci minuti, poi la scialuppa si rimise in marcia, tenendosi sempre addosso alla riva.

Guadagnò così cinque o seicento metri e già l’irlandese stava per dar l’ordine di lanciarla a tutta velocità, quando vide un’ombra umana agitarsi sulla riva opposta.

Una bestemmia gli sfuggì.

«Ancora Jody? – si chiese. – Che quel furbo si sia accorto che siamo noi? Comincio a sentirmi il sangue montare alla testa.»

«Volete che lo uccida?» domandò ancora il cingalese.

«No: aspettiamo.»

A un tratto udirono un urlo, seguito subito dopo da un rauco brontolio.

«Una tigre?» chiese l›irlandese.

«Sì, signore,» rispose il Guercio.

«Che abbia assalito Jody?»

«Tanto meglio: così sarò vendicato e avrò un nemico di meno.»

Tesero gli orecchi senza udire più nulla.

«A tutto vapore! – comandò l›irlandese. – Se la sbrighi come può, quel curioso.»

La scialuppa prese lo slancio e risalì rapidamente il fiume, scomparendo ben presto fra le tenebre.

8. Una lotta spaventosa

Jody, come abbiamo detto, non avendo veduto nulla di sospetto e certo di essersi ingannato, aveva fatto ritorno all’accampamento, riprendendo il suo posto e aspettando pazientemente il suo turno per cacciarsi sotto la tenda.

Non erano però trascorsi dieci minuti, che era stato costretto ad alzarsi nuovamente. Verso il fiume gli era sembrato di udire un certo brontolio, tale da metterlo nuovamente in sospetto. Risoluto questa volta a scoprire la causa di quel rumore, si era nuovamente diretto verso la sponda, colla ferma convinzione di essere spiato da qualche animale feroce.

Vi era appena giunto, quando gli sembrò di scorgere dall’altra parte del corso d’acqua qualche cosa di nero scivolare sotto l’ombra delle piante.

Come tutti i negri ed i mulatti, aveva una vista abbastanza acuta. Fu allora che lanciò il primo grido, obbligando l’irlandese a far fermare di colpo la scialuppa.

Non ricevendo alcuna risposta, il bravo mulatto, convinto che qualche battello cercasse di passare inosservato dinanzi all’accampamento e temendo che fosse montato da quei formidabili selvaggi a cui aveva accennato il malabaro, dopo aver chiamato ripetutamente Moselpati, potendo anche darsi che fosse giunto, aveva risalito la riva, non già coll’idea di rinunciare alla sua sorveglianza.

Voleva assolutamente accertarsi se si era ingannato o se realmente si trattava di un’imbarcazione.

Finse così di avviarsi verso l’accampamento; invece, appena raggiunti i primi alberi, si slanciò nella foresta, risalendo il corso del fiume per circa mezzo chilometro.

Si era impegnato in mezzo ad un caos di cespugli, quando udì dietro di sé un rumore di foglie e di rami scossi, che gli fece battere fortemente il cuore.

«Qualcuno mi ha seguito, – mormorò, imbracciando la carabina. – Che sia uno degli uomini che montavano quella misteriosa scialuppa? Temo di aver commesso una grande sciocchezza a non svegliare Palicur ed il signor Will. Se li sorprendessero nel sonno?»

Un’angoscia inesprimibile si impadronì del mulatto. Era necessario tornare al più presto e far alzare i suoi compagni: però pel momento la cosa non era facile, perché aveva la ritirata tagliata.

Tuttavia non era persona da rimanere a lungo perplessa, e prese subito la sua risoluzione.

«Torniamo, girando il bosco, – disse. – Se mi assalgono, mi difenderò.»

Volse le spalle al fiume senza più occuparsi della scialuppa e s’internò nella foresta, guardando dietro di sé.

Percorse una cinquantina di passi, poi tornò a udire a breve distanza un fruscio di foglie secche, come se qualcuno le calpestasse, ed un rumore di canne spezzate.

Si fermò subito, gridando:

«Chi va là?»

Nessuno rispose, poi mentre era in procinto di rimettersi in cammino, udì per la terza volta stormire le fronde e poco dopo un animale di dimensioni enormi gli cadde di balzo dinanzi, a soli quindici passi.

Jody si sentì rimescolare il sangue. Soffocò però subito lo spavento, preferendo dover affrontare un animale piuttosto che un drappello di quei terribili Vadassi. Si appoggiò contro il tronco d’un albero, tenendo il fucile spianato, e guardò attentamente l’avversario che lo fissava, con due occhi fosforescenti, dai bagliori verdastri.

Non ci volle molto al disgraziato per capire con quale animale aveva a che fare. Aveva dinanzi a sé una tigre mostruosa. La belva teneva la coda bassa, aveva le fauci spalancate e dondolava la testa con movimento ritmico e terribile.

Rimase un istante in quella posa, senza staccare dal mulatto i suoi occhi che pareva diventassero sempre più fosforescenti, poi tese bruscamente la coda e si slanciò con un salto immenso.

Jody l’aspettava a piè fermo, risoluto a vendere cara la vita. Cercò di allontanare il pensiero del pericolo e di tirare con calma e fece fuoco due volte, essendo la sua carabina a doppia canna.

La belva mandò un urlo spaventoso che si ripercosse sotto la volta di verzura, e fuggì a grandi salti verso il bosco.

«Credo che ne abbia abbastanza,» mormorò il mulatto, asciugandosi la fronte madida di sudore.

Ricaricò rapidamente la carabina e, sicuro di non venire più disturbato, ritornò verso il fiume, seguendone la riva.

Will e Palicur dovevano aver udito quei due spari e certamente si erano alzati. Voleva quindi rassicurarli.

Aveva invece fatto i conti senza tener conto della fame e dell’ostinazione della belva. E infatti doveva trovarsi ancora a quattrocento metri dall’accampamento quando, con sua grande sorpresa, se la vide ricomparire dinanzi.

«Che l›abbia ferita solo leggermente?» si domandò, indietreggiando.

Cercava un rifugio senza riuscire a trovarlo. A sinistra aveva il fiume, incassato fra due alte rive; di dietro e a destra ammassi di cespugli bassi che non potevano offrirgli alcun riparo nel caso d’un nuovo attacco.

La tigre gli si era posta di fronte e s’avanzava brontolando sordamente. Il suo corpo si allungava e si accorciava come quello d’un serpente; colla coda si sferzava violentemente i fianchi e colle unghie graffiava il terreno come se volesse scavare una fossa.

Jody mandò due grida:

«Signor Will! Palicur!»

Un urlo orrendo mandato dalla belva le coprì. Annunciava l’assalto.

«A te, allora!» esclamò Jody.

E fece partire quasi simultaneamente i due colpi della sua carabina. Non poté vedere l’effetto di quella seconda scarica, poiché si sentì subito urtare poderosamente dal corpo mostruoso della tigre.

L’imminenza del pericolo, invece di paralizzarlo, gli diede una forza più che sovrumana.

Rivoltandosi rapidamente su se stesso, riuscì a liberarsi dalla stretta del formidabile animale e, trovandosi sull’orlo dell’alta riva, si lasciò scivolare nel fiume colla speranza di avere il tempo di guadagnare l’altra riva.

Per sua sventura le acque in quel luogo erano assai basse per lungo tratto e l’animale, che doveva essere sfuggito a quelle nuove scariche, lo seguì cercando di raggiungerlo.

Il povero mulatto, semi-nascosto fra le piante acquatiche che erano numerose in quel luogo, si avanzava pian piano, vigilando sempre i movimenti dell’animale, e già stava per raggiungere le acque profonde, quando la tigre lo raggiunse e con un colpo di zampa lo immobilizzò.

La scossa fu così violenta che la carabina gli sfuggì dalle mani. D’altronde quell’arma non gli era più d’alcuna utilità, essendo la polvere ormai bagnata.

L’aspetto della belva era terribile. Resa furibonda dalle ferite riportate dalle due prime scariche, che le avevano prodotto due squarci, uno sulla fronte e l’altro presso la spalla sinistra, mugolava ferocemente e i suoi denti scricchiolavano.

Jody impugnò risolutamente il coltello da caccia, un’arma di fabbrica cingalese, larga parecchi pollici e coll’estremità quadra anziché acuta, e si mise a menare colpi disperati, tentando di decapitarla.

Fu nuovamente afferrato e le unghie della fiera gli laceravano la casacca ed insieme la carne, mentre le fauci spalancate gli alitavano in viso un soffio ardente e corrotto.

La spaventevole lotta in mezzo alle acque durò pochi secondi. Il coltellaccio di Jody ogni volta che cadeva produceva ferite orribili dalle quali il sangue sgorgava a torrenti.

L’acqua intorno ai due combattenti era tutta rossa.

Ad un tratto la belva allargò la stretta, mandò un ultimo au-ugh e stramazzò sul fondo del fiume, rimanendo semi-coperta dalle acque. Quasi nel medesimo istante il valoroso mulatto udì una voce gridare:

«Jody!… Jody!»

«Palicur!» ebbe appena la forza di rispondere il disgraziato, che si sentiva mancare rapidamente le forze.

Due ombre umane si lasciarono scivolare giù dalla riva e lo ricevettero fra le loro braccia.

«Ventre di pescecane! – esclamò il quartiermastro della Britannia, sentendosi bagnare le mani da un getto tiepido. – È sangue questo! Ehi, Jody, che cosa è successo?»

Il mulatto borbottò qualche parola incomprensibile, poi s’abbandonò svenuto fra le braccia robuste di Palicur.

«È ferito, signor Will!» gridò il malabaro, spaventato.

«Me ne sono accorto, – rispose il quartiermastro, lanciando intorno un rapido sguardo. – Ah! Comprendo! Il disgraziato è stato assalito da una tigre! Guardala là, Palicur! Era stato lui a far fuoco sulla terribile belva. Presto, portiamolo all’accampamento. Può essere stato ferito gravemente.»

Il malabaro, che come abbiamo detto aveva una forza più che straordinaria, prese il mulatto e risalì la riva seguito dal quartiermastro, che aveva raccolto la carabina ed il coltello da caccia, quantunque si trovassero sott’acqua.

In un lampo attraversarono la distanza che li separava dall’accampamento e giunti presso il falò, che non si era ancora spento, denudarono il mulatto.

Lo svenimento era stato prodotto più dall’emozione della lotta che dalle ferite, poiché quantunque la giacca di grossa tela, assai resistente, fosse stata stracciata in più luoghi, l’uomo non aveva riportato che delle graffiature, piuttosto profonde, alle braccia ed alle spalle.

«Nulla di grave, – disse il quartiermastro. – Portami dell’acqua e straccia una manica della tua camicia. Domani quest’uomo potrà seguirci, se la scialuppa giungerà.»

Palicur discese nel fiume e riempì una fiasca. Il quartiermastro lavò accuratamente le ferite e le fasciò per bene, poi fece inghiottire al mulatto una sorsata di gin.

Un fragoroso sternuto, accompagnato da un colpo di tosse, avverti i due ex-forzati che il loro compagno stava per tornare in sé.

«È solido questo mezzo negro e mezzo bianco,» disse Will ridendo.

«E coraggioso, – aggiunse Palicur. – Deve aver sostenuto una lotta corpo a corpo con quella tigre.»

Jody riaperse gli occhi. «È morta?» chiese, cercando di alzarsi.

«Credo che a quest›ora abbia già fatto la sua entrata nei paradiso dei felini, ammesso che ve ne sia uno, – disse Will. – Perbacco! Come l’hai conciata, mio bravo Jody!»

«L›ho uccisa?»

«Sta bagnandosi nel fiume.»

«Che paura, signor Will. Mi aveva afferrato così strettamente che non ero più capace di levarmela d›attorno.»

«E perché sei andato così lontano? – chiese Palicur. – Potevi prima destarci.»

«Ho lasciato il campo perché mi pareva d›aver scorto una scialuppa radere la riva opposta, e volevo assicurarmene.»

«Una scialuppa! – esclamò Will. – Sei ben certo di non esserti ingannato?»

«Non posso affermarvi di averla proprio veduta. Può darsi che fosse invece qualche grosso coccodrillo.»

«O qualche canotto montato da pescatori Vadassi, – disse Palicur. – Non dobbiamo troppo inquietarci. Quando quei selvaggi sono in pochi, non osano assalire.»

«Ricoricatevi, signor Will, e tu cerca di riposare, Jody. Io monto il mio quarto di guardia.»

«Potrai dormire?» chiese il quartiermastro al mulatto.

«Le ferite non mi danno fastidio, signore. Noialtri abbiamo la pelle dura e siamo meno sensibili degli uomini bianchi.»

Lo portarono sotto la tenda, su un ammasso di foglie fresche e profumate, poi il malabaro si sedette accanto al fuoco, cominciando il suo quarto.

Nessun altro avvenimento turbò il riposo degli accampati.

Poco dopo il sorgere del sole, Will, a cui spettava l’ultimo quarto, udì verso la foce del fiume un fischio acuto che annunciava l’arrivo di una scialuppa a vapore.

Cinque minuti dopo una bella imbarcazione, montata dal mandah e da sei vigorosi indiani, che rimorchiava una piccola pinassa, si arrestò presso la riva occupata dai tre ex-forzati.

«Buon giorno, amici, – gridò Moselpati, risalendo la sponda. – Date la colpa ai venti contrari se abbiamo tardato a giungere.»

«Hai caricato tutto?» chiese Palicur, che si era affrettato a uscire dalla tenda.

«Avete viveri, armi, tende, coperte, tutto ciò insomma che occorre per un lungo viaggio in regioni deserte.»

«Anche la spingarda?» chiese Will.

«Con cinquecento cariche,» rispose il pescatore di perle.

«E del Guercio, hai avuto più notizie?»

«Nessuna, Palicur. L›ho fatto cercare invano nella Città delle perle. Speriamo che sia andato a farsi impiccare lontano da Ceylon. Quando contate di partire?»

«Fra qualche ora, – rispose Palicur. – La tua barca t›aspetta al largo?»

«Sì ed ho fretta di tornarmene al banco di Manaar. Ho perduto già troppi giorni e fra due settimane la pesca si chiuderà definitivamente.»

«Facciamo almeno colazione insieme prima, – disse Will. – sarà il pasto d›addio.»

I quattro indiani, dopo aver legato la scialuppa a vapore e la piccola pinassa, finirono di fare a pezzi il porco selvatico ucciso il giorno innanzi dal malabaro, e allestirono in breve tempo un’abbondante colazione, aggiungendo alle costolette dei pesci freschi che avevano preso alla foce del fiume e alcune bottiglie tolte dalle provviste che avevano portato.

Jody, che non pareva soffrisse molto per le sue ferite, partecipò al pasto facendosi onore.

A mezzodì i tre ex-forzati presero posto nella scialuppa a vapore che era ben fornita di carbone e la cui macchina era sotto pressione, mentre il mandah e i quattro indiani s’imbarcavano sulla piccola pinassa.

Si scambiarono gli ultimi addii, poi la scialuppa si staccò dalla riva risalendo velocemente il fiume, mentre i pescatori di perle tornavano alla loro barca.

9. Sul Kalawa

L’isola di Ceylon, quantunque sia una delle più vaste del continente asiatico, non ha corsi d’acqua molto importanti, oltre il Mahowilla, l’unico che abbia un corso ragguardevole.

Tutti gli altri, come il Calani Ganga, il Patipal, ecc. hanno una lunghezza piuttosto limitata e non riescono a raggiungere l’interno dell’isola. Così il Kalawa ha un corso modesto, assai irregolare, e non è molto ricco d’acqua, specialmente durante la stagione caldissima, quantunque si creda che sia alimentato dal lago Kalawewe.

Non vi era però da temere che la scialuppa acquistata dal mandah non trovasse fondo bastante per risalire quel corso per un tratto considerevole, pescando appena due piedi, malgrado il peso della macchina, del carbone, delle provviste e dei tre uomini che la montavano.

Jody, sebbene ferito, aveva ripreso subito le sue funzioni di macchinista e Will quelle di timoniere. Palicur invece si era messo a prora per sorvegliare la rotta, pronto a dare l’allarme nel caso che qualche banco si mostrasse ed esponesse la scialuppa al pericolo d’un arenamento.

Le rive del fiume erano coperte da boscaglie foltissime le quali dovevano avere delle estensioni immense. Enormi fichi baniani spingevano i loro innumerevoli tronchi fino in acqua, lasciando cadere come festoni le loro radici aeree, le quali altro non desideravano che un po’ di terreno per affondarvisi dentro ed ingrossare; poi apparivano gruppi immensi di cocchi, di alberi del pane che crescevano senza coltura alcuna, tanto è ferace il suolo di quell’isola meravigliosa, di sagoro, la palma zuccherina, di borassi altissimi colle loro belle foglie spiegate in forma d’ombrello, di betel ed ammassi di piante del pepe, i cui sarmenti si attorcigliavano gli uni agli altri come serpenti mostruosi.

Pochissimi uccelli fischiavano o cantavano appollaiati sui più alti rami degli alberi. Invece numerose scimmie erano occupate a saccheggiare i cocchi e gli artocarpi, facendo un baccano indiavolato. Erano per la maggior parte delle langur, molto svelte, leggere, con code lunghissime, membra sottili, la faccia e le mani nere ed il pelame del corpo giallognolo.

Quei quadrumani raggiungono la non comune altezza di un metro e mezzo e, incredibile a dirsi, a malapena riescono a raggiungere un peso di dieci chilogrammi! Erano ritenuti animali sacri, avendo liberato a Ceylon, secondo le antiche leggende indiane, la bella Sita moglie di Rama; abusavano perciò della loro impunità sghignazzando sul viso dei tre ex-forzati e permettendosi anche di tempestarli di frutta e di pezzi di corteccia.

Sui banchi di sabbia, invece, si scorgevano di quando in quando dei grossi coccodrilli, con bocche enormi, che richiudevano con fracasso quando la scialuppa li avvicinava, affrettandosi a tuffarsi prima che Will o Palicur avessero il tempo di afferrare le carabine.

«Se sono tutti qui i nemici che incontreremo su questo fiume, non ci daranno molti fastidi, – disse il quartiermastro che osservava attentamente le rive. – Basterà qualche colpo di fucile per farli scappare.»

«Adagio, signor Will, – rispose Palicur. – Non siamo ancora giunti sui territori dove regna Adikar.»

«Chi è costui?»

«Il capo più potente dei Vadassi.»

«Un uomo pericoloso?»

«È il Napoleone di Ceylon.»

«E chi è! – esclamò il quartiermastro. – Un immondo selvaggio osa paragonarsi al più celebre guerriero dei tempi moderni?»

«È una storia interessante, signor Will.»

«Ce la puoi raccontare, giacché non abbiamo, almeno pel momento, nessuna occupazione. La scialuppa non ha bisogno delle nostre braccia, è vero, Jody?»

«La macchina russa allegramente, signor Will, ed il carbone abbonda per ora.»

«Narra, Palicur; inganneremo meglio il tempo.»

«Si racconta dunque, – disse il malabaro, – che molti anni or sono una nave francese, sbattuta dai venti e dalle tempeste che la incalzavano furiosamente, venne a sfracellarsi, dopo inutili manovre, contro la barra del Kalawa. Le rive del fiume, specialmente alla foce, erano occupate da una piccola tribù di Vadassi che obbediva ad un capo chiamato Adikar, giovane altamente ambizioso e dotato d’un coraggio straordinario, quantunque godesse fama di essere crudelissimo.»

«I naufraghi, chissà per quale buona stella, invece di venire massacrati da quei negri selvaggi, sia in considerazione del colore della loro pelle, sia perché non erano inglesi, trovarono subito protezione presso il piccolo capo e furono trattati come amici.

«Adikar saccheggiò più che poté la loro nave, che d›altronde non poteva tenere più il mare, ed in compenso offrì ai naufraghi terre, capanne e bestiame, a condizione che disciplinassero i suoi guerrieri ed insegnassero loro a combattere come gli uomini bianchi.

«Un giorno il piccolo capo, che aveva già imparato un po› la lingua francese, li sorprese mentre parlavano del grande imperatore dei francesi.

«Chi è quel famoso guerriero che ha riempito il mondo delle sue gesta? chiese Adikar che aveva ascoltato i loro discorsi.

««Un giovane francese che col proprio valore si acquistò un impero e che dal nulla sorse a grandezze stupefacenti, vincendo tutte le nazioni europee», rispose uno dei naufraghi.

«Sia lode a quel valoroso, – disse allora il capo dei selvaggi. – Bisogna che io faccia altrettanto.

«Ed ecco sorgere, nella mente dell›ambizioso selvaggio, l›idea di emulare le gesta del grande francese.

«Poco dopo dichiarava guerra alle tribù vicine, essendo in quel tempo i Vadassi divisi, e con una serie di battaglie fortunate riusciva a costituire un saldo regno, popoloso quanto quello di Candy.

«Apprendendo la caduta di Napoleone, l’orgoglioso capo, che era anche intelligentissimo e si teneva al corrente degli avvenimenti che succedevano nel mondo, si dice esclamasse:

«Ora non siamo che in due a contenderci la terra, mio fratello Giorgio ed io!»

Will scoppiò in una risata fragorosa.

«Modestissimo, quel selvaggio, – disse. – Si credeva dunque onnipossente. Perché non fece la guerra all›India?»

«Eh, l›avrebbe forse tentata, se avesse posseduto delle navi, – rispose Palicur. – Il fatto è che quel terribile guerriero a poco a poco portò i confini del suo regno fino alle coste settentrionali di Ceylon, che più volte debellò le truppe del re di Candy minacciando perfino la capitale, e che diede anche molto da fare agl’inglesi.»

«Anche ai sudditi di Re Giorgio, suo fratello?» chiese Will ridendo.

«E come li trattò male, signore! – rispose il malabaro. – Gl›inglesi cercavano in quell›epoca di espandersi anche nell›interno dell›isola e si trovarono ben presto a contatto coi Vadassi. Adikar, avvertito che una colonna d’uomini bianchi si era stabilita sul Kalawa, pregò quei coloni di recarsi nel suo villaggio per fare la loro conoscenza, ma coll’ordine di lasciare le loro armi al di fuori della cinta, come esigeva l’etichetta. Pochi minuti dopo però quei disgraziati venivano assaliti a tradimento da quei selvaggi guerrieri e fatti morire fra i più atroci tormenti.

«Reso ardito da quel facile successo, e credendosi ormai invincibile, assalì qualche tempo dopo un›altra colonna di emigranti e la massacrò senza risparmiare né donne, né fanciulli.»

«Bel seguace ed emulo di Napoleone, – disse il quartiermastro, che s›interessava vivamente a quel racconto. – Sicché ora è più potente del re di Candy?»

«No, il suo impero si è ormai sgretolato sotto i colpi di un valoroso colono, Poster, che mise a posto quel barbaro, assalendolo alla testa di settecento emigranti, che avevano giurato di vendicare i loro compatrioti barbaramente uccisi da quel selvaggio prepotente.

«Fu una battaglia epica, che durò dall›alba al tramonto, ma le carabine inglesi ebbero finalmente il sopravvento sulle frecce e sulle lance dei guerrieri Vadassi. Alla sera cinquemila negri giacevano al suolo e gli altri si salvarono colla fuga.»

«Ed ora?» chiese Jody.

«Ora Adikar non è che un piccolo capo, impotente a misurarsi cogli uomini bianchi, e vive in un villaggio situato sulle rive di questo fiume. È assai vecchio ormai e anche cieco, tuttavia si fa molto temere ancora.»

Mentre chiacchieravano, la scialuppa a vapore continuava a risalire il fiume a velocità ridotta, per non consumare troppo carbone, quantunque la macchina avesse un forno così largo da poter essere alimentata anche colla legna.

Le due rive apparivano sempre deserte. Non sì scorgeva alcuna capanna sotto le volte di verzura che si succedevano senza interruzione, e nemmeno alcun animale pericoloso. Non abbondavano che i quadrumani ed i coccodrilli, mentre i volatili scarseggiavano sempre.

È bensì vero che erano ancora lontani dalla regione abitata da quei bellicosi selvaggi.

Verso le cinque del pomeriggio la scialuppa passò dinanzi ad un colossale tamarindo, il cui tronco era coperto di crani umani, inchiodati alla corteccia con lunghe spine.

«È un cimitero dei Vadassi? – chiese Will stupito. – Strano modo di appendere i morti agli alberi.»

«V›ingannate, signor Will, – disse Palicur. – Quell’albero ricorda una nuova crudeltà di Adikar.»

«Allora saranno teste di nemici.»

«Nemmeno: sono crani dei suoi sudditi.»

«Perché ha ucciso tanti uomini? Guarda là, vedo un secondo albero pure tappezzato di teste umane.»

«E molti ne vedo più oltre, – disse Jody. – Qui vi sono delle centinaia e centinaia di crani.»

«Delle migliaia, – corresse il malabaro. – Essi ricordano la morte della madre di quel crudele capo.»

«Narra un po›, Palicur, – disse Will, – così conosceremo meglio quell’antropofago e sapremo regolarci se un giorno avremo a che fare con lui.»

«Non so se a torto od a ragione, Adikar, dopo aver fondato quel vasto regno, era stato accusato d›aver avvelenato sua madre. Non volendo rimanere sotto il peso d’una così grave accusa, il capo decise di dare tale prova di dolore, da lasciare un lungo ricordo nel suo popolo.

«Radunò quindi le sue bande, si recò alla dimora materna e quando vide la madre esalare l›ultimo respiro, si stracciò le vesti, fracassò le insegne reali e mandò tali urla da atterrire tutti. I suoi guerrieri non trovarono di meglio che imitarlo e per ventiquattro ore migliaia di persone piansero, per ordine del monarca, la morte della vecchia.»

«Scommetto che hanno formato un lago di lagrime o per lo meno una palude intorno alla capanna reale,» disse Jody.

«L›indomani, dopo essersi abbondantemente ristorati, – proseguì il malabaro, – e aver eseguito le danze funebri, Adikar fece scannare un gran numero di schiavi, poi divise i suoi guerrieri in due eserciti e diede il segnale della battaglia, onde la defunta avesse, nel suo viaggio all’altro mondo, una scorta degna del suo grado.

«Alla sera ben settemila guerrieri giacevano senza vita sulla piazza del villaggio. Tutte quelle teste furono inchiodate sui tronchi degli alberi costeggianti il fiume e in quegli stessi dintorni venne fatta scavare una vasta buca in cui fu deposta la morta: a guardia della salma furono poste cinquanta fanciulle scelte fra le più belle della tribù.»

«Quelle disgraziate furono costrette a vivere là dentro un anno, e, cosa incredibile, ressero alla decomposizione di quella salma.»

«Se facesse di noi altrettanto per vegliare sulla tomba di qualche sua moglie?» chiese il quartiermastro, rabbrividendo.

«Adikar non oserà più tanto, – rispose Palicur. – Ha imparato ormai a temere gli uomini bianchi.»

Essendo il sole prossimo a tramontare, i tre ex-forzati diressero la scialuppa verso la riva destra per trovare un posto ove accamparsi.

Le due sponde erano sempre coperte da alberi colossali, i quali crescevano così uniti da non permettere il passaggio ad un essere umano; quindi decisero di passare la notte su un isolotto di pochi metri quadrati, che era ingombro pure di piante, soprattutto di banani dalle foglie immense. Là almeno erano certi di non venire sorpresi dai Vadassi, ammesso che ve ne fossero nelle vicinanze.

Stormi di tortorelle e di rollier svolazzavano al di sopra delle piante, mentre gruppi di pappagalli verdi salutavano le prime tenebre cantando a piena gola.

La scialuppa stava per approdare, quando Palicur, che era a prora scandagliando il fondo, fece cenno a Jody di arrestare la macchina.

«Non c›è acqua?» chiese il quartiermastro che teneva la barra del timone.

«Ho veduto delle bollicine salire dal fondo,» rispose il malabaro corrugando la fronte.

«E che significa?»

«Coccodrilli, signor Will.»

«Non oseranno assalirci.»

«Eh! Chissà!»

Aveva appena pronunciato quelle parole, quando la scialuppa subì un urto così brusco, da far cadere il malabaro ed il mulatto che si tenevano in quel momento in piedi.

«Che vi siano degli ippopotami in questo fiume? – si chiese il quartiermastro. – Eppure non ho mai udito raccontare che in Asia vi siano animali di questo genere.»

«È qualche enorme coccodrillo, signor Will,» disse Palicur.

Si curvarono sui bordi, guardando attentamente l’acqua, mentre il macchinista s’impadroniva d’un rampone che il previdente mandah aveva unito alle armi da fuoco. Era una specie di lancia, dalla lama lunghissima e dentellata per produrre delle ferite più terribili.

«Se lo tocco con questa gli farò passare per sempre la voglia d›importunarci, – disse Jody. – Vale meglio d›una carabina contro quei ributtanti lucertoloni.»

L’acqua, dopo l’urto subito dalla scialuppa, si era così intorbidita da non permettere loro più di scorgere il fondo. L’anfibio, ammesso che si trattasse realmente di qualche mostruoso coccodrillo, doveva aver sollevato il fango con qualche poderoso colpo di coda.

«Vedi nulla, Palicur?» chiese il quartiermastro, armando la sua carabina.

«No, signore,» rispose il malabaro che si teneva prudentemente dietro il bordo, conoscendo la straordinaria audacia di quei mostri.


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